fato morgano.
ieri sera ero a casa da solo, ho lavorato dovevo sistemare delle foto da consegnare oggi, poi ero stanco che erano trentotto ore di fila che non dormivo, le ho contate. mi son messo a letto ho acceso un attimo la televisione c’era xfactor li ho beccati che cantavano pazza idea della patty pravo coi bonghi, poi c’era morgan diceva delle cose inutili, poi c’erano le altre due della giuria dicevano altre cose inutili, con grossi problemi di lessico e grammatica tra l’altro. poi c’era il comico pelato dello zelig, lui diceva una cosa utile, che voleva più tette. ho spento la televisione mi son messo a dormire.
ho il sospetto che morgan sia quel che è solo perchè si è pompato la figlia di dario argento e perchè l’han piazzato in televisione a fare la scimmia non ammaestrata.
non per le sue doti artistico musicali.
la metà della gente che dice ah che figo morgan, se provi a chiedergli se sa chi sono i bluvertigo ti guardano, aggrottano le sopracciglia, stringono il labbro inferiore, poi muovono leggermente la testa da sinistra verso destra, da destra verso sinistra. ti dicono no, non li conosco.
l’altra metà, quelli che ti dicono certo che li conosco, allora gli chiedi beh ma sei mai andato a un concerto dei bluvertigo ti guardano, aggrottano le sopracciglia, stringono il labbro inferiore, poi muovono leggermente la testa da sinistra verso destra, da destra verso sinistra. ti dicono no, non ci son mai stato.
il segno di una resa invincibile pt.VI
ho notato che si è fatto un gran parlare riguardo la faccenda dei crocefissi. che negli ultimi giorni chiunque abbia facoltà scrittorie si è sentito in dovere di dire qualcosa.
io sui crocefissi non ho grandi cose da dire.
le scuole elementari i miei genitori me le han fatte fare dalle suore, le medie ero dai preti, i crocefissi ce li avevo da tutte le parti, in una scuola privata cattolica c’era poco da discutere sul posizionamento dei crocefissi.
allora, questa domenica mattina ero nel letto che mi stavo svegliando, stavo pensando ai crocefissi, ad un certo punto mi è tornato in mente che quando ero alle elementari il problema non eran tanto i crocefissi. i problemi, a pensarci col senno di poi, erano altri. una cosa che mi ricordo, e me la ricordo bene, c’era un prete che una volta ogni sei mesi veniva a farci visita, entrava in classe durante la lezione, ci faceva due o tre giochi di prestigio, più che altro inghiottiva palline da ping pong e poi se le faceva uscire dalle orecchie. finito con le palline ci raccontava due barzellette, alla fine della fiera era lì per venderci un giornalino pieno di barzellette, si chiamava allegria, costava tipo cinquemilalire. chi lo voleva tornava a casa rompeva un po’ i coglioni a mamma e papà si faceva dare le cinquemilalire, il giorno dopo tornava dalla maestra coi soldini, la maestra gli dava allegria, il giornalino.
io questi giornalini di allegria non ce li ho qui, non ho le prove tangibili di quel che sto raccontando, magari la mia mamma ne ha conservato qualcuno in un armadio, che la mia mamma non butta via niente. il fatto è che le barzellette, dentro allegria, ce n’erano un po’ di tutti i tipi, le solite su pierino, quelle sui carabinieri. poi però, oltre alle barzellette su pierino sui carabinieri, c’erano delle altre barzellette, quelle sugli zingari.
ora, le barzellette sugli zingari dentro allegria non erano delle barzellette normali, delle freddure innocenti tipo cosa ci fa uno zingaro in una pressa? il cd rom.
che quando ero alle elementari i cd rom ancora non li avevano inventati.
le barzellette sugli zingari dentro allegria erano un po’ più sottili, avevano la morale. me ne ricordo una era così: c’è una bambina zingara che piange, immersa in una pozza di vomito, per terra. la mamma zingara si avvicina le dice figlia mia cosa ci fai lì perchè piangi? e la bambina: piango perchè la nonna mi ha rubato tutti i pezzi più grossi!
voglio dire, quando penso che c’è gente che nel preoccuparsi dell’educazione degli infanti trova il tempo per cercare i cazzetti subliminali nei film della disney, ci vado via di testa.
big in japan.
non dormo da giorni
ho finito i soldi
ciulo poco
non suono su un palco da mesi
però se vado in giappone sono il più alto di tutti.

cinebrivido.
un film che può vantarsi delle critiche autorevoli di organi di divulgazione del calibro di gq, che lo definisce un capolavoro dei giorni nostri, e di grazia che dice una festa per gli occhi, io vado a vederlo assolucertissimamente. un peccato che anche men’s health non si sia sentito in dovere di dire la sua.
l’ape all’eppi.
prima di cena sono andato in bagno.
che nei bagni delle case ci son sempre i giornaletti le riviste. stavolta non c’entrano playboy e il postalmarket, c’entra l’espresso.
che mentre ero seduto a pisciare mi è cascato l’occhio sullo sgabello, c’era una rivista aperta.
ah, sì, piscio da seduto. da anni ormai. si fa meno fatica, non si combinano guai, si sta comodissimi, non si rischia di lasciar la tavoletta alzata e le morose non scassano le palle.
allora, ero ospite a cena, ero in bagno pisciavo da seduto guardo lo sgabello, l’espresso. la pagina aperta c’eran due foto una piccola giovani contestatori in piazza, l’altra, più grande, happy hour a milano. c’era scritto, che era l’happy hour a milano. nel mezzo dell’inquadratura un ragazzo vestito molto bene con una camicia e un cappello panama bianco, ragazze intorno, tutti vestiti bene. le facce, di tutta questa gente giovane all’happy hour milanese, tutte tristi. forse no. non tristi, inespressive, più che altro. però, i vestiti, eleganti stilosissimi.
ora, mi son detto mentre pisciavo, non è che all’happy hour basta stare lì vestiti bene stilosissimi con la mano in tasca. ti devi anche divertire, porcaputtana. altrimenti mi vien da pensare che all’happy hour ci vai con l’idea che ti basti far vedere che sai vestire elegante stiloso. che sia quella la cosa importante da fare.
anche sabato scorso, ora che mi torna in mente, così per curiosità sono passato a vedere un locale nuovo che hanno aperto, mi avevan detto che era un discobar frequentato dai giovanissimi, mi è venuta la curiosità, sono andato. anche lì, tutti a fare a gara a chi era vestito più di tendenza, capigliature curatissime. addirittura più curati i ragazzi delle ragazze, sembrava.
però, le facce.
a vederli eran lì che si muovevano da un punto all’altro del discobar, che parlavano tra di loro, tutti con le facce inespressive. non ho visto nessuno che rideva, che dava l’idea di stare almeno un po’ bene.
allora, ho pensato mentre pisciavo prima di cena, c’è una bella differenza fra mettersi in mostra ed essere naturalmente al centro dell’attenzione. la differenza fra chi cerca di essere e chi è, da sempre. che la differenza la tocchi, oltre che vederla.
oppure sto diventando un vecchio pompone che gli stanno sul cazzo i giovani. che può anche essere.
una cosa intera e una lasciata a metà.
l’altro giorno stavo guardando dei filmati porno qui sul computer, ci son dei siti fatti apposta pieni di cose interessanti lo sanno tutti, ad un certo punto è saltata fuori una che aveva i peli della topa depilati con la forma del simbolo di playboy. la rivista, playboy, il coniglietto.
che quando l’ho vista mi è venuto un pensiero, che i giovani americani le prime seghe se le saran pure fatte tutti coi giornalini di playboy, mi sembra plausibile, sono americani mica per niente. io quando ero giovane playboy non lo so se esisteva. esisteva di sicuro, ma nell’edicola di monterosso non arrivava. e se anche ci arrivava non avevo i soldi per comprarlo. e nemmeno i miei amici avevano i soldi per comprare playboy. e anche ad avere i soldi, non si poteva mica tornare poi a casa col playboy sotto braccio. quindi mai avuto per le mani, quando ero giovane, un playboy da sfogliare nei momenti di autoerotismo.
allora, pensavo, nella mia iconografia dell’eros il coniglietto di playboy cesellato nei peli di topa non sortisce lo stesso effetto che sortirebbe invece in un giovane americano che si faceva le prime seghe con playboy.
solo, non lo so se in rete si trovano dei video porno con donne che si sono fatte coi peli di topa il simbolo del postalmarket.

e poi un’altra cosa, ero in giro con ginevra, poco fa, ginevra è quella di inbassoadestra la trovate nei link, ci tiene ad esser citata, stavamo parlando del più e del meno. ad un certo punto le dicevo che va beh fabrizio de andrè, però a piccole dosi, che i cantautori che sono andati avanti all’infinito a far dei testi anche bellissimi, ma su delle musiche di quattro accordi, dopo un po’ mi spacco le palle non ci posso fare nulla. e nel dirle questa cosa mi sono immediatamente reso conto che anche gli ac/dc è una vita che vanno avanti a far dei dischi con quattro accordi sempre quelli con dei testi belli quanto vuoi ma innegabilmente un po’ meno profondi di quelli di de andrè, e loro invece mi piacciono proprio tanto. che ci son cresciuto, con gli ac/dc.
e allora, non ho altro da dire a questo proposito vado a dormire che mi ha fatto notare prima ginevra che ho gli occhi lucidi. quando ero piccolo, mi son ricordato, la mia mamma mi diceva: hai gli occhi lucidi, allora hai l’influenza. sostiene ginevra che la dicono tutte le mamme, questa cosa degli occhi lucidi. allora, visto che non si arriva a trent’anni senza sapere che le mamme han sempre ragione, se ho gli occhi lucidi mi sta tornando l’influenza di sicuro meglio se mi metto sotto il piumone e se ne vadano affanculo anche de andrè e gli ac/dc.
ah che donna e altre considerazioni interessanti.
t – amo, vado via un paio d’ore a padova dove mi han preso con l’autovelox così faccio le foto per il ricorso.
g – eh, vai piano.
stavo ascoltando gli iron maiden mentre andavo a far le foto all’autovelox padovano, questo fatto che the number of the beast inizia uguale a oh when the saints go marching in sarebbe da approfondire.
la pista ciclabile di vittorio veneto, io non c’ero mai stato.
che ho due cani che mi giran per casa, quando parlo con la gente magari salta fuori che ho due cani le ragazze mi dicono sempre ah te sei uno di quei maschi tipici che vanno in giro col cane in pista ciclabile per abbordare le donne. solo, io, la pista ciclabile non c’ero mai stato neanche da solo, figuriamoci con ozy e lemmy. anzi, a dire la verità non son mai andato nemmeno in giro con i cani per abbordare le ragazze. ozy ha un certo innegabile fascino, probabilmente tirerei su un sacco di donne, a girare con ozy. allora, dicevo, io in pista ciclabile non c’ero mai stato, sono andato ieri. mica da solo, sono andato con ozy e lemmy. c’era con me anche una signorina che frequento da un po’ di tempo. quindi che non mi si venga a dire che porto i cani a passeggio in pista ciclabile per abbordare le ragazze. anche se a dir la verità ad un certo punto è passata una a cavallo, molto carina. ozy le è corsa dietro per un pezzo, io rincorrevo ozy, poteva essere un’occasione buona per abbordare la cavallerizza, da un punto di vista puramente teorico.
tutto questo per dire che io in pista ciclabile non c’ero mai andato, ci sono andato ieri. la pista ciclabile di vittorio veneto, io non pensavo, è bellissima. non sono un esperto, ma mi sa che non ce ne sono in giro tante di piste ciclabili fatte così bene.
t – amo, son tornato.
g – hai fatto belle foto?
sarà che romero, prima, faceva il pubblicitario.
ho visto ieri la notte dei morti viventi, george romero, stati uniti 1968.
è un film dove gli umani son così rompicoglioni che ti viene spontaneo fare il tifo per gli zombi.
inaugurazione.
allora, ieri ho aperto questo blog, tutte le cose che ci son da leggere prima di questa sono vecchie, le ho travasate, questa è la prima cosa nuova che scrivo infilandola qui.
e va bene.
allora, ieri l’inaugurazione, ho guardato le statistiche, centosei visite e un commento.
questo commento lo ha fatto la mia amica viviana, che le voglio molto bene per me è una persona di una certa importanza, son contento che il primo commento lo abbia fatto lei, che sia venuta a farmi visita. è andata a leggersi una cosa mia vecchia dove dicevo che avevo una specie di paranoia strana che magari sono un deficiente. quella cosa lì in realtà l’ho scritta tanti anni fa, nella versione originale non dicevo un deficiente, dicevo un mongoloide, poi mi pareva brutto scriver mongoloide che è una parola anche un po’ offensiva, in seconda battuta l’avevo cambiata con deficiente.
dicevo che avevo questa piccola paranoia, che c’era la possibilità che io sono un deficiente, che in quanto deficiente non mi rendo conto di essere un deficiente e che la gente che mi sta intorno mi vuol bene e mi tiene in considerazione come si vuol bene e si tiene in considerazione un deficiente. o un mongoloide, insomma. ma mongoloide è una parola brutta.
adesso l’ho fatta breve, questa faccenda, in quello scritto la spiegavo un po’ meglio. allora, la mia amica viviana ieri è capitata da queste parti, ha letto, mi ha scritto un commento mi ha detto oh, guarda che questa cosa si chiama disturbo ossessivo compulsivo, del tipo ossessioni pure, forse addirittura disturbo ossessivo compulsivo da relazione.
che quando ho letto questo commento lì per lì ho detto ma dai, chi se l’aspettava, a me sembrava una piccola paranoia anche un po’ divertente, e invece salta fuori che è una di quelle robe che ci fanno su i film thriller dell’orrore.
poi questa notte ero lì che pensavo alle tasse da pagare, non riuscivo a dormire, appena ho smesso di pensare alle tasse da pagare mi è tornato in mente il commento della mia amica viviana. e ho continuato a non riuscire a dormire.
ho pensato che viviana ha dato un nome e un cognome a una roba che fino a ieri per me era solo una stramberia mia mentale. voglio dire, per un certo periodo avevo fatto un pensiero un po’ scemo, fuori dal canone dei pensieri ordinari intendo, e poi lo avevo messo da parte. ora, dargli un nome mi ha fatto un certo effetto. che mi son chiesto che peso possa avere nella vita di una persona dare un nome scientifico alle sue piccole ossessioni.
faccio per dire, se ti infastidisci quando vedi qualcuno che tiene il frigorifero aperto per più di dieci secondi, magari è perchè tua mamma ti tirava dei gran scappellotti quando eri piccolo e ti piantavi mezz’ora davanti al frigo aperto indeciso se tirar fuori il latte o il succhino di frutta e dal frigo usciva tutto il freddo. oppure se ti irriti a veder le robe in disordine nell’armadio è perchè da sempre il tuo lavoro esige molto ordine mentale e ormai il tuo cervello funziona così anche a casa. insomma, ti conosci, sai che sei fatto così, ci convivi e magari ci convivono bene anche le persone che hai intorno.
poi invece un bel giorno arriva uno, ti guarda, ti dice caro mio tu sei affetto da una forma embrionale di sindrome autistica.
mi son chiesto, da quel momento lì cambia qualcosa o no?
in effetti, se fino a quel momento hai vissuto serenamente in compagnia delle tue piccole paturnie, non dovrebbe cambiare nulla.
eppure, ho l’impressione che da quel momento in poi farai una gran fatica a gardarti allo specchio allo stesso modo.
big boys don’t cry.
mi vien da ridere perchè ieri sera è successa una cosa scema.
tempo fa sono andato al cinema a veder gran torino di eastwood, alce l’ha saputo, che andavo al cinema a vederlo, mi dice alce vai goditelo e miraccomando piangi sul finale. che io gli ho risposto, eh, speriamo, che è una vita, ma proprio tanto, che non piango, se piango sono anche contento.
non ho poi pianto. però che filmone gran torino, proprio bello. anche senza piangerci su.
solo, da quel giorno, un po’ mi è rimasta questa cosa, che prima non ci facevo nemmeno caso, alla faccenda del piangere e tutto il resto, non ci badavo.
allora, ieri sera era sabato, venivo fuori da una settimana intensa, poi oggi e domani ci son le pasqualità che sono intense anche quelle, ieri sera non volevo rotture di balle, ho fatto finta di dimenticare il cellulare in macchina, son stato a casa mi son visto dei film. divano, chitarra.
che non è che il sabato sera bisogna andar fuori per forza.
allora, true as the fiction. che ne avevo sentito parlare, ero curioso, anche il titolo secondo me è bellissimo. che tra l’altro ero convinto fosse un film un po’ vecchio e che c’entrassero qualcosa anche i bad religion, chennesò nella colonna sonora, che avevo delle reminiscenze lontane che mi collegavano true as the fiction ai bad religion, invece poi no, sono andato a veder tra i miei dischi, stranger than fiction, il disco dei bad religion, non c’entravano niente.
comunque gradevole, il film.
poi non avevo ancora sonno, che ultimamente mi ha ripreso un po’ di insonnia, va a periodi, dormo quattro ore a notte quando va bene, non so perchè, visto che nemmeno son particolarmente tribolato è un periodo che sto bene, non lo so perchè dormo poco, ho messo su be kind rewind. con jack black. che ho pensato dai che mi faccio due risate.
che come film è proprio stupido, niente da dire, mi son divertito a guardarlo. arrivato al finale del film, le ultime scene, ero lì sul divano con la chitarra, ho sentito una cosa strana sulla faccia, due lacrime.
pensa che robe, la vita, non piango per quindici anni di fila, forse di più, giuro non è per fare il duro davvero non me lo ricordo quando è stata l’ultima volta, e di robe per cui sarebbe valsa la pena piangere ne sono anche capitate un bel po’ in tutto questo tempo, che mica ho vissuto a gardaland, poi guardo sta cagata di be kind rewind, due lacrime spontanee inaspettate.
la mia testa funziona in un modo un po’ strano, mi stupisce sempre.
il segno di una resa invincibile pt. IV
oggi, proprio poco fa, mentre ero qui che parlavo con una certa signorina, mi sono accorto di due cose importanti che ancora non ci avevo fatto caso, mi son stupito anche un po’.
la prima cosa, è che io della mia vita vissuta fino ad ora rifarei tutto così come l’ho fatto.
sai quando ti chiedono, se potessi tornare indietro, cosa cambieresti? chi, io? niente.
sai quando ti chiedono, ma tu puoi dire di essere felice? eh, sì che son felice.
che poi uno a dire che è felice, coi tempi che corrono, rischia anche di passar per ebete. che solo gli ebeti possono sentirsi felici, coi tempi che corrono. e invece, chi l’avrebbe poi detto, son felice.
e fin qui tutto bene.
l’altra cosa importante di cui mi son reso conto che ancora non ci avevo fatto caso, me ne sono accorto poco fa parlando con una certa signorina, io nella mia vita vissuta fino ad ora ho un solo enorme rimpianto.
una persona attenta, una persona accorta, sentirmi fare questi discorsi, noterebbe immediatamente che c’è qualcosa che non va, in questi discorsi, mi direbbe ma come, hai appena dichiarato che rifaresti tutto esattamente come l’hai fatto, come fai allora ad avere un rimpianto? che i rimpianti son quelle cose che se uno potesse tornare indietro, farebbe in modo di comportarsi diversamente, così poi il rimpianto non ce l’ha più.
ecco, appunto. è per questo che mi son stupito un po’. che pure io a un bel momento mi son fatto la stessa domanda.
poi, a pensarci, ho capito.
il fatto è che non si tratta esattamente di un enorme rimpianto. no. è più che altro un enorme giramento di coglioni.
proprio perchè i rimpianti son quelle cose che riguardano i tuoi comportamenti, le tue scelte nella vita. questa cosa travestita da enorme rimpianto e che poi invece si è rivelata un enorme giramento di coglioni è una cosa che non riguarda i miei comportamenti, le mie scelte, riguarda i comportamenti e le scelte della signorina con cui stavo parlando poco fa.
la cosa che un po’ mi ammazza, in tutta questa faccenda, è che le cose sarebbero potute andare diversamente, ma trattandosi di comportamenti e scelte che non appartengono a me, ma a lei, anche tornando indietro io non potrei farci nulla. l’unico modo sarebbe di far cambiare un po’ la sua testa. solo, cosa vuoi, io nella mia vita ho deciso tanto tempo fa che cercare di cambiare le persone che ho intorno è inutile e il più delle volte controproducente. una cosa che proprio non va fatta.
e allora mi tocca esser felice e allo stesso tempo portarmi dietro un enorme giramento di coglioni che proprio non vuole andarsene via.
se.
pensa se avevo la coda.
prensile, intendo. mica una roba così tanto per bellezza.
una coda, tipo quella delle scimmie, che puoi usarla per prender su le cose, per appenderti agli alberi.
sarebbe fighissimo.
sfoghino.
è un periodo, io non lo so, la gran parte della gente che frequento, tutti scandalosamente poser. in particolar modo gli esemplari di sesso femmineo.
c’è in giro di quelle persone, io posso capire che non ti piaci per come sei e metti su una maschera, ti crei un personaggio. per carità, lo faccio anch’io. al punto tale che credo di non ricordare più come ero, come sono realmente, tanto sono immerso nel rappresentare quel che vorrei essere.
solo, c’è un limite a tutto. Il concetto è: sii ciò che vorresti essere, ma abbi la decenza di sceglierti un personaggio del quale poi sei anche capace di reggere il ruolo fino in fondo.
francamente ne ho pieni i maroni di quelle che arrivano e si presentano, faccio un esempio, metallare, magari vestite dark emo gotik estremo, e quando arriva il momento di roccheggiare sul serio si scandalizzano alla prima zaffata d’ascella del grey. quelle che sbandierano i quattro dischi masterizzati che hanno in casa manco fossero solo loro ad accostarsi ad una cultura musicale alternativa e poi le becchi al concerto di vasco e ligabue. quelle che arrivano che sembrano uscite fuori dalle suicidegirls, fanno le rizzacazzi provocanti fatalone e quando a un bel momento tiri giù le braghe cadono dal pero e si tirano indietro. o peggio, che se le porti a letto si tramutano magicamente in manici di scopa inerti. quelle che ti danno a credere che fan festa tutte le sere, che pare che ogni volta che escono di casa mettono a ferro e fuoco la città e quando te le porti dietro ti accorgi che bevuto l’ultimo sorso della quarta birra piccola cominciano a ordinare cocacola light. che se le porti in un posto dove non conoscono nessuno restano zitte tutta sera, che lontane dal loro consueto giro di amici collaudati annaspano. quelle che si innamorano di te perché sei chitarrista e scrivi e fotografi, e poi ti senti dire mi trascuri perché sei sempre a prove, e a venire ai concerti mi rompo le palle, e le robe che scrivi potrai aver pubblicato tutti i racconti che vuoi, ma se non usi i congiuntivi non hai capito nulla della lingua italiana, e se parti in trasferta per fotografare e stai via due settimane poi si cagano sotto perché magari ti ciuli le modelle.
mi ricordo che quando ero giovane io, quelli che promettevano di far casino, poi facevano casino sul serio. è da loro che ho imparato. le nuove leve con cui mi devo confrontare oggi mi lasciano sempre più basito. una delusione continua e sistematica.
desirè
io, da quando avevo quindicianni, ho sempre fatto questo effetto qui sulle persone, che le persone, dopo un po’ che mi conoscono, gli viene una voglia incontenibile di confidarsi.
ma in un modo, una maniera, mi sento un po’ come un orsacchiotto di pezza in balia degli eventi, certe volte.
stasera è venuto il mio amico michele, a trovarmi, ora che ci faccio caso era da un po’ che nessuno veniva a raccontarmi i fatti suoi direttamente a domicilio, son comodità. un lusso raro. tiro fuori due birre dal frigo e ascolto michele.
io, se c’è una cosa che sono bravissimo a farla, è ascoltare i casini della gente.
mi ricordo ai tempi del liceo. una fame di figa incalcolabile, ci provavo con le ragazze, quelle dopo una settimana che ci provavo iniziavano a raccontarmi tutti i loro problemi. e poi, dopo avermi raccontato tutta la storia della loro vita, secondo te me la davano? manco scannate.
tu, tushio, mi dicevano, sei proprio un amico. e io mi ricordo che pensavo, tutte le volte, amico un bel paio di coglioni, dammela invece di dir cagate. invece stavo zitto e ascoltavo i problemi della svalvolata di turno. mi ricordo una, si chiamava desirè. che le avrei dato volentieri una stropicciata, alla desirè, per quanto mi piaceva, una figa di tuono. lei mi prendeva in disparte e mi raccontava guarda io col sesso, ho proprio un brutto rapporto. pensa che col mio moroso mi faccio legare ad una sedia, nuda, poi lui mi lecca tutta, però a me non mi vien mica voglia di scopare, è strano, no?
io pensavo grandissima maiala che sei, ti fai legare e me lo vieni pure a raccontare, spetta due minuti che ti sistemo io. ma mica gliele dicevo, le cose che pensavo. stavo lì, ascoltavo ascoltavo ascoltavo tutte ste fesserie. poi magari ci provavo anche, dirle senti ma perchè non esci con me una sera di queste, fai la cosa giusta, ti porto a fare dei giri io. ma lei faceva finta di non capire, e continuava a raccontarmi certi dettagli dei suoi rapporti di coppia.
che vitaccia.
deficiente.
io fino a un po’ di tempo fa avevo una piccola forma di paranoia, era bella perchè era una specie di mania di persecuzione al contrario. non so se riesco a spiegarla bene, ora ci provo. mi venivano pensieri tipo questi qui:
.se faccio il giornalista è solo perché sono raccomandato, e il caporedattore non ha il fegato per dirmi che scrivo troppo male e che sarebbe meglio se mi trovo un altro mestiere.
.quando faccio leggere i miei racconti alle morose, e poi mi dicono che son belli, è perché hanno le fette di salame sugli occhi, causa innamoramento, non si accorgono che le cose che scrivo fanno cagare.
.quando cristian, che per certe cose è un punto di riferimento, legge le mie cose, mi dice che gli garbano abbastanza, mi fa anche delle critiche costruttive, secondo me vorrebbe dirmi che è meglio se lascio perdere, e invece non me lo dice perché non ha il coraggio.
.domenica mi ha telefonato jeff, mi ha detto che l’ultimo racconto sulla globalizzazione che gli ho mandato non gli è piaciuto per niente. finalmente uno che mi dice le cose chiare e tonde. poi mi fa guarda è come se tu andassi in quinta coi giri del motore bassi, e invece dovresti andare in quarta coi giri alti. cosa voleva dire? preferivo se mi diceva che è meglio se lascio perdere, e invece, secondo me, alla fine gli è mancato il coraggio.
poi, oltre alle faccende relative alla scrittura, c’erano altri pensieri, del tipo:
.la mia morosa sta con me. cosa cavolo ci sta a fare con me, che io come moroso faccio abbastanza schifo, secondo me sta con me perché non se ne accorge che come moroso faccio schifo, secondo me questa qua è completamente matta.
.faccio le fotografie, avrò riempito le pareti di casa con le fotografie che ho fatto. la gente entra in casa, le guarda, dice: le hai fatte tutte tu? sono belle. secondo me mentono.
.gli amici che ho continuano a chiamarmi per uscire e andare in giro la sera. perché continuano a chiamarmi, che sono un orso antipatico? secondo me mi chiamano perché gli faccio pena.
ecco, erano pensieri più o meno così.
sai cosa? secondo me soffrivo della sindrome del deficiente. segui il ragionamento: secondo te un deficiente sa di essere deficiente? è probabile che non se ne renda conto. è concepibile che il deficiente sia candidamente convinto di essere normalissimo, e pensa che tutta la gente che gli sta attorno gli vuole bene come a una persona normale. lui non lo sa che le persone che gli stanno attorno si relazionano con lui e gli vogliono bene per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare, ma ci siamo capiti. lui non lo sa che la gente lo tratta bene, lo asseconda, lo privilegia su certe cose solo perché è deficiente, e non perché abbia dei meriti particolari e bla bla bla. ecco, insomma, alla luce di queste considerazioni, mi sorgeva spontaneo questo dubbio: e se per caso io sono un deficiente e invece non me ne sono mai accorto? si spiegherebbe tutto. ecco perché la gente non mi dice in faccia che non so scrivere, che dovrei cambiare mestiere, che è meglio se vendo la macchina fotografica e compagnia bella.
prendo su due cose.
fino a settimana scorsa tornavo a casa, pensavo, tutte le sere che tornavo dal lavoro: una casa senza un tavolo non è una casa.
per dei mesi, tornare a casa la sera far sempre lo stesso pensiero, a lungo andare è una bella svangata di maroni.
che effettivamente, in seguito all’ultima fastidiosa separazione la mia casa si è ritrovata ad essere sguarnita di tavolo e di seggiole. poco male, in fondo, quel tavolo e quelle seggiole saran state anche di un bel vintage, di uno stile anche piacevole, ma con questa casa non avevano mai legato, ad un bel momento è successo che in seguito all’ultima fastidiosa separazione son tornato a casa una sera, era sparito il tavolo.
un pomeriggio che ero in studio a fotografare mi è arrivato un messaggio sul cellulare: posso passare da casa a prender due cose? figurati, fai pure, le ho risposto. poi, bene, ho pensato tra me e me.
son tornato a casa la sera, non c’era più il tavolo non c’erano più le seggiole. ho guardato il soggiorno con tutto quello spazio vuoto, non ero preparato, a veder quel vuoto. sono entrato in camera, che tiravo delle bestemmie, ma piano, a voce bassa, in camera non c’era più nemmeno il letto. solo il materasso lasciato lì per terra.
due cose, ha preso su.
la prima roba che mi son detto, passi per il letto, ma una casa senza un tavolo non è una casa.
perchè il letto, nella mia vita, è sempre stato un oggetto inutile, da quando ho iniziato a vivere da solo, dieci anni fa, ho sempre avuto solo il materasso, che mi piace tenerlo sul pavimento, il materasso, probabilmente ci sono nel mio dna dei geni di origine giapponese, che anche in giappone tengono i materassi sul pavimento, lo fanno vedere anche nei cartoni animati, lo sanno tutti.
mia mamma, non credo che questi geni giapponesi nel mio dna vengano dal ramo della famiglia di mia mamma, che ogni volta che passava da casa mia si lamentava che non è mica possibile non avere un letto, dormire sul pavimento come le bestie.
non come le bestie, mamma, come i giapponesi, le dicevo sempre io.
forse ha delle origini giapponesi il babbo, mi sa.
allora, il tavolo l’ho poi comprato. un bel tavolo moderno, di vetro, costava anche poco, sono andato a comprarlo questa estate, me l’hanno consegnato sabato scorso. anche le seggiole, ho comprato insieme al tavolo. ho comprato anche delle altre cose, un divano per la camera, un armadio per l’ingresso, ora queste cose non c’entrano col discorso che stiam facendo.
allora, questa settimana, son due giorni che torno a casa la sera dal lavoro, entro, vedo il mio bel tavolo nuovo, moderno, di vetro, con le sue seggiole intorno, ora la mia casa è di nuovo una casa.
sempre negli ultimi due giorni, è successa anche un’altra faccenda, degna di nota. è successo che il materasso che ho in camera, per terra su dei bei tappeti rossi, che prima c’era anche il letto ora non c’è più c’è solo il materasso, questo materasso questo letto li avevamo comprati precedentemente all’ultima fastidiosa separazione, io avevo il mio lato del letto.
in seguito all’ultima fastidiosa separazione io più o meno ho continuato a dormire dal mio lato del materasso. col mio cuscino, la radiosveglia dalla parte dove dormo e compagnia bella. diciamo che ogni tanto son finito verso il centro del materasso, a dormire un po’ più largo. ma solo ogni tanto.
e allora, niente, da quando è arrivato il tavolo nuovo con le seggiole, son già due mattine che mi sveglio, apro gli occhi, mi accorgo che ho dormito sull’altro lato del materasso.
dilemma etico.
settimana scorsa una ricciolona al quarto montenegro mi ha chiesto, così, a bruciapelo ci son rimasto anche un po’ di stucco
ma tu sei un artista?
ho dovuto pensarci su un attimo.
penso male
vesto male
scrivo male
fotografo male
suono male
ma sì, dai, sono un artista.
premonizione.
come scriveva uno che conosco bene, ci son delle volte, sembra di vivere in un videogioco.
che siam sempre qui a ripetere lo stesso livello del videogioco sperando di arrivare al successivo.
chi ha passato mezza infanzia appiccicato al commodore sessantaquattro sa di cosa sto parlando.
i videogiochi delle ultime generazioni, non lo so se ci sono ancora i livelli da superare, è un mondo che non frequento, le pleistescion, le icsbox, le uiii, non ne so più niente.
e allora succede che nei rapporti con la gente sembra sempre di dover ripetere le stesse cose, le stesse frasi. sempre uguali tutte le volte. arrivati a una certa età intendo.
che all’inizio era sempre tutto nuovo, le prime volte che ti capitava di aver a che fare con qualcuno.
va bene, qualcuna.
poi arriva il processo di merdizzazione interiore. a forza di vederne di tutti i colori ma sempre alla stessa maniera, ti spacchi i maroni, non c’è scampo.
e allora andando avanti memorizzi gli errori fatti, poi non li fai più.
che a ripetere sempre gli stessi livelli del videogioco, arrivi a trent’anni che ormai sai già cosa devi dire, sai già come devi comportarti. le tecniche di seduzione.
arrivato a un certo punto, ormai sei un esperto, va a finire che quattro volte su cinque combini.
ti accorgi che non è poi così difficile, con un minimo di impegno ce la fai.
solo, cosa vuoi farci, perdi qualcosa per strada. ci perdi gusto. passare al livello successivo non ti porta più nessuna emozione.
ci pensavo un po’ di tempo fa, questo è un altro discorso, non c’entra coi rapporti di coppia, però pensavo che l’emozione da palcoscenico, i primi concerti mi cagavo sotto, mi venivano delle emozioni fortissime prima di montare su un palco a suonare. la prima volta che dovevo suonare davanti a quattromila persone, mi è capitato una volta a una festa dei licei a fine anno scolastico che suonavamo da headliner, una roba da matti, a pensarci. poi a forza di suonare in giro quell’emozione non l’ho sentita più. anche suonare davanti alla gente diventa una cosa normale, basta brividi, basta coi dieci giri al cesso a pisciare prima che sia ora di cominciare. ordinaria amministrazione, come si suol dire.
non ci si può credere quanto mi manca l’emozione dei primi concerti.
coi rapporti umani, di coppia, da un certo punto in poi, la stessa identica cosa.
non che mi scappasse da pisciare dieci volte prima di svalvolare per una donna. però, insomma, ci siam capiti.
la ruota del criceto.
chi fa lavori più o meno creativi, tipo il mio, viene periodicamente contattato per contribuire con la sua professionalità ad attività collaterali non retribuite. quelle piccole medie grandi cose a budget zero che si fanno per l’ente, l’associazione, la onlus, il privato quel che è.
certe volte si dice no guarda non ce la faccio non ne ho il tempo, il più delle volte si dice va bene dai facciamolo conta su di me.
si accetta per vari motivi. amicizia, vanagloria, masturbazione, speranza in un ritorno pubblicitario, voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso dalle solite attività lavorative quotidiane, così, per semplice passione.
ora, è un fatto che troppo spesso, non sempre ma troppo spesso quello sì, mi trovo a dovermi confrontare con la maleducazione della gente che usufruisce in maniera gratisdata dei miei servigi.
nessuno pretende tappeti rossi dopo aver fatto della beneficienza, non sono necessari, ma una giusta considerazione è sicuramente gradita.
e non posso nemmeno cavarmela dicendo che chiudo la fatebenefratelli e di lavorar gratis non se ne parlerà mai più. perchè mi conosco e so bene che succederà ancora e ancora e ancora.
che due palle.
il segno di una resa invincibile pt. V
venerdì ero a fotografare un matrimonio, che io i matrimoni cerco di fotografarne il meno possibile, preferisco far dell’altro, fotografo solo i matrimoni degli amici quando me lo chiedono.
comunque ero lì, ad un certo punto ero seduto a mangiar qualcosa tra una foto e l’altra, c’era una ragazza sembrava lina wertmuller se non avete presente chi è andate a cercare su google la trovate subito, lina wertmuller come è fatta. e questa ragazza, oltre che assomigliare a lina wertmuller, era anche priva delle sopracciglia ce le aveva disegnate con la matita verde.
questa ragazza che assomigliava a lina wertmuller con le sopracciglia verdi eravam seduti allo stesso tavolo ad un certo punto mi guarda mi dice beh, ma lo sai che sei strano?
eh?
sì sei proprio strano.
ah, bene.
e ho continuato a mangiare la mia tagliata d’anatra su letto di rucola. che ho anche pensato ma guarda un po’ sta tipa che sembra lina wertmuller con le sopracciglia verdi che ha il becco di dirmi che son strano mentre son qui che mi faccio gli affari miei nemmeno stavo parlando cosa avrà mai da pensare che son strano.
poi questa sera son tornato a casa dal lavoro, sono passato dalla cucina, c’erano i piatti di ieri a pranzo ancora sporchi nel lavello.
e io, a guardare i piatti sporchi nel lavello ho pensato subito eh, meno male.
son stato contento di trovare i piatti ancora sporchi nel lavello. mi son messo a lavarli tutto giulivo. fischiettavo, addirittura.
che a guardarmi da fuori, chiunque avrebbe pensato ebbè, cos’avrà mai da esser contento di trovare i piatti sporchi nel lavello? a guardarmi da fuori più o meno chiunque avrebbe pensato che son ben strano ad esser contento di trovare dei piatti sporchi nel lavello quando torno a casa dal lavoro.
allora, mi sa che aveva ragione lina wertmuller, venerdì, a dirmi che son strano.
faccio per dire.
privarsi delle cose certe volte è snervante. la vita dovrebbe esser fatta tutta così:
vuoi mangiare? mangia.
vuoi bere? bevi.
vuoi lavorare? lavora.
vuoi dei soldi? tieni.
vuoi scopare? eh, fammi tua.
vuoi dormire? bene, dormi pure.
per dire, adesso ho sonno, sai cosa faccio?
faccio così, vado a letto, dormo un po’.
lo so è una riflessione banale, ma ultimamente mi ossessiona.
esattamente dieci anni fa vivevo e lavoravo a bologna, campavo con trecentocinquantamila lire al mese e stavo benissimo.
adesso guadagno soldi che uso per possedere un mare di cose inutili e sto bene come dieci anni fa.
nel senso, non mi pare proprio che il gigantesco sbattimento degli ultimi dieci anni sia servito a migliorarmi la vita.
latae sententiae.
ieri sera ero a cena da degli amici, si parlava dello sbattezzamento.
l’apostasia, si dice.
che magari non tutti lo sanno, ma volendo basta compilar dei moduli e nel giro di quindici giorni non sei più nel gregge del signore. in via ufficiale.
che uno dice, va beh, son ateo lo stesso cosa me ne frega di sbattezzarmi.
anche niente, in effetti. solo, se il clero ti sta sulle balle abbastanza, quando poi senti dire che i cattolici nel mondo sono tot milioni di milioni, tu puoi dire tranquillamente a te stesso che non sei in quel mazzetto lì. questo secondo me potrebbe essere il motivo principale, per aver voglia di sbattezzarsi. poi magari se ne trovano anche altri, di motivi validi, ognuno i suoi.
comunque, non è qui che volevo arrivare.
dicevo, la cosa funziona che compili i moduli, poi li spedisci per posta, entro quindici giorni ti mandano una lettera, questa lettera ci son scritte tante cose, a farla breve ti comunicano che da quel momento lì loro congelano la tua pratica, perchè tutti i battezzati son schedati nella parrocchia di appartenenza, c’è proprio un fascicolo coi tuoi dati, certificati e compagnia bella. insomma, loro ti congelano la pratica, sei escluso dai sacramenti, ti privano delle esequie religiose, non puoi più fare il padrino ai battesimi, non puoi sposarti in chiesa, e per finire ti infliggono la terribile scomunica latae sententiae.
il tutto, ti scrivono in questa lettera, salvo che tu non dia poi cenni di pentimento. in tal caso riaprono la pratica. ti perdonano, torni subito nel gregge del signore.
ecco dove volevo arrivare, ieri sera stavam parlando di queste cose, una certa signorina che era lì si è illuminata, ha avuto un’intuizione, ha detto, beh proprio come con l’account di facebook, che se vuoi puoi chiuderlo, ma non lo chiudi per davvero, loro tengono tutta la tua roba, non buttano via niente, lo riapri quando vuoi e tutto torna come prima.
into the poser.
un po’ di giorni fa ero a casa, prima che mi schioppasse la televisione. che recentemente mi è schioppata la televisione, esiste una legge non scritta per cui meno soldi hai, più la roba che hai intorno tende a rompersi in maniera costosa. comunque, ero a casa, stavo guardando into the wild.
è una storia vera, da quel che ho capito.
allora, questo qui passa due ore di film a svangare i maroni che non ne può più delle città, gli stan sul culo tutti, butta via il bancomat, e le regole della società gli fan schifo, che lui vuole esser libero, che vuol fare tutto quello che vuole lui e se non vi sta bene andate a cagare, e le leggi non esistono, e fa lo yippie anarchico estremo che non deve rendere conto a nessuno.
poi, appunto, dopo due ore, arriva una figa stratocaster che vuol dargliela, si fa trovare ad aspettarlo sul letto della roulotte tutta nuda a gambe larghe, e lui che son dei mesi che non ciula le dice guarda scusami non posso saltarti addosso perchè sei minorenne, meglio se lasciam stare, e la molla lì.
che io ho pensato cacchio, dai una prova di coerenza e daglieli due colpi, no?
un imbecille di questa portata, farci un film sopra, valeva proprio la pena.

