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berghem de hura, berghem de hota, berghem in del meès.

sempre mentre ero a bergamo, il finesettimana della faccenda del cinema, c’erano bandiere italiane da tutte le parti. appese alle finestre, lungo le strade, dappertutto, pieno di bandiere italiane.
si stanno preparando all’adunata degli alpini, i bergamaschi, che tra poco c’è il raduno annuale nazionale degli alpini, quest’anno lo fanno a bergamo, per dare il benvenuto agli alpini i bergamaschi appedono le bandiere tricolore da tutte le parti. son bravi, i bergamaschi.
solo, il primo pensiero che mi è venuto a veder tutte quelle bandiere tricolore appese in giro, magari non tutti lo sanno la lega lombarda la lega nord bossi il carroccio borghezio la trota è partito tutto da bergamo. che alle ultime elezioni regionali a bergamo la lega ha preso una cosa tipo il trentasei percento dei voti. son mica bruscolini, il trentasei percento dei voti.
ecco, la lega son poi quelli che vanno in giro a vantarsi che con la bandiera tricolore, loro ci si puliscono il culo.

ho pensato, i bergamaschi stanno facendo un po’ come la cina che stermina i tibetani e poi ospita le olimpiadi sportive all’insegna della fratellanza tra i popoli.

che poi non è nemmeno tanto l’ipocrisia dei bergamaschi e dei cinesi, che mi infastidisce. voglio dire, ti conosco e so già che sei una persona di merda, se poi un bel giorno scopro anche che hai la faccia come il culo non riesco a stupirmi più di tanto.

è più l’idea che gli alpini decidano di fare il loro raduno a bergamo, così come gli sportivi di tutto il mondo che accettano di andare a fare le olimpiadi dai cinesi. questa è la roba che mi manda ai matti.


trentadue.

son stato a bergamo, sabato e domenica. ogni tanto vado a trovare i miei genitori, mia sorella.
sabato sera non c’era niente da fare, ho preso sono andato al cinema. non da solo, con la signorina. abbiam guardato su internet, abbiam scelto un film giapponese si chiama departures. abbiam scelto mica tanto, ha scelto lei che sapeva più o meno che roba era, io non l’avevo ancora sentito nominare, mi son fidato. mentre ero lì ho letto un paio di recensioni al volo su internet, di questo film giapponese departures, i giudizi della critica oscillavano tra poesia pura e una palla micidiale.
allora, siamo andati, io al cinema ci vado anche spesso, solo, una cosa che mi dispiace un po’, i cinema come quando ero giovane non ci sono più, i cinema dove mi capita di andare son tutti dei multisala, che sarà anche vero che ci si sta con le gambe stese larghe, sulle poltrone comode i braccioli giganti il popcorn la cocacola, tutte quelle cose lì. però ci son delle cose, ti assegnano il posto, questa cosa che ti assegnano il posto mi manda via di testa. che se vado a vedere avatar alla proiezione del sabato sera il primo fine settimana che è uscito, posso anche capirlo il posto assegnato, ma quando vado a vedere un film che non se lo caga nessuno, in una sala da mille posti siam dentro in venti, tutti lì ubbidienti come pecore pigiati sulla stessa fila con il resto della sala vuota, non si può nemmeno limonare un pochino.
che va bene ho trentanni abbondanti, al cinema non è  che mi venga più tanto da piantare chissà che limoni, però è vero che fino a quindici anni fa al cinema ci andavo anche per stare con le morose limonare far girare un po’ le mani, mi piaceva andare a cercare posti un po’ in disparte nelle file dietro, stare un po’ infrattato al buio senza gente intorno. nei multisala col posto assegnato si fa fatica a infrattarsi, far girare le mani oltre la barriera del bracciolo gigante.
allora, sabato sera ero a bergamo abbiam trovato su internet questo film giapponese departures da andare a vedere al cinema. a bergamo ci torno un po’ raramente, sabato ho scoperto che oltre ai multisala a bergamo ci sono dei dinosauri che cercano di sopravvivere all’estinzione, tre o quatto cinema ancora aperti di quando andavo al cinema quindici anni fa.
siamo andati, abbiam fatto il biglietto, ero lì col biglietto in mano, prima di entrare in sala mi è venuto il dubbio ho guardato, sul biglietto non c’era scritto il posto assegnato.
poi in sala c’erano le seggiole quelle piccole di legno col sedile ribaltabile l’imbottitura rossa. un po’ mi sono emozionato, ritrovare le vecchie seggiole di legno col sedile ribaltabile l’imbottitura rossa.

mica per altro, per chi non se ne fosse accorto è da un po’ che mi vengono i pensieri amarcord, che comincio ad avere una certa età, son qui incartato nelle bollette, sono lentamente entrato a far parte del sistema lavora guadagna compra, non ne vengo più fuori, ne ho un po’ piene le balle. sarà la crisi dei trent’anni, ogni tanto son qui che penso ah le robe eran meglio ai miei tempi. poi mi prendo per il culo per aver pensato che le robe eran meglio ai miei tempi, poi torno a pensare che però in effetti le robe eran meglio ai miei tempi.
son brutte le crisi dei trent’anni.

comunque, il film giapponese departures, avevan ragione le recensioni, poesia pura e andare a vederlo alla proiezione delle ventidue e trenta quando la notte prima hai dormito cinque ore scarse e poi hai guidato trecento chilometri e poi ti sei fatto pranzo e cena abbondanti, non riesci a restar sveglio fino alla fine.
solo, addormentarti sulle seggiole di legno col sedile ribaltabile l’imbottitura rossa, lo schienale basso, le ginocchia pigiate sul sedile davanti, le robe ai miei tempi saran state anche meglio, e va bene, ma le seggiole dei cinema dei miei tempi giuro non me lo ricordavo che eran così tanto scomode.


a crismas carol.

l’altro giorno ero lì che stavo pensando a vanvera, ad un certo punto mi è venuta in mente una cosa di quando ero piccolo, che l’avevo completamente dimenticata, mi è tornata nella testa così senza motivo.

quando ero piccolo, ero in prima media, per un bel periodo mi son fissato che da grande volevo fare il giornalista. che da grande ho anche effettivamente poi fatto il giornalista, ma ora questo non c’entra. allora, ero in prima media volevo fare il giornalista. ma in un modo che avrei anche volentieri mollato la scuola subito per andare a fare il reporter andare a scrivere degli articoli di giornale.
una sera stavo cenando coi miei, mi son messo a dire che volevo mollare la scuola per andare a fare il giornalista e mio padre mi ha detto va bene, domani quando esci da scuola vai in centro alla sede dell’eco di bergamo, chiedi di parlare col direttore magari ti assume.

il giorno dopo, finita la scuola, ho preso l’autobus, sono andato.

son salito al primo piano della sede dell’eco di bergamo, c’era una signorina dietro a un bancone le ho detto buongiorno senta vorrei parlare col direttore. lei mi ha guardato, mi ha chiesto: perchè?
eh, vorrei fare un colloquio, per farmi assumere come giornalista.
allora la signorina ha preso su il telefono, ha chiamato, mi ha detto aspetta di là.
dopo un po’ che aspettavo è uscito un signore, mi ha chiesto cosa volevo. e io, di nuovo, vorrei parlare col direttore per farmi assumere come giornalista. allora quel signore si è seduto lì mi ha detto che lui non era il direttore, che era solo un giornalista della redazione, che il direttore per questa cosa non potevamo disturbarlo, che era contento che io volevo fare il giornalista ma che ero troppo giovane e visto che non avevo nemmeno sedici anni non potevano assolutamente assumermi perchè sarebbe stato illegale assumere uno così giovane.
poi mi ha detto che se volevo fare il giornalista dovevo continuare a studiare ancora per qualche anno e poi di provare più avanti, a intraprendere la carriera del giornalista.
e niente, alla fine son tornato a casa, a cena ho raccontato a mio padre che per ora non mi assumevano, che mi toccava continuare ad andare a scuola.

in tutta questa storia ci sono tre cose bellissime, la prima cosa bellissima ero io che a undici anni avevo questa gran passione per il giornalismo e l’ingenuità, o la faccia come il culo, per andare dritto come un missile alla sede del giornale e chiedere di parlare col direttore. la seconda cosa bellissima, mio padre che quando gli ho detto che volevo lasciar la scuola, anzichè dirmi che ero un cretino e che avrei fatto meglio a finir la cena e andare a letto, mi ha mandato alla sede dell’eco di bergamo a chiedere del direttore. e la terza cosa bellissima, il giornalista che quando mi ha visto lì nella saletta del giornale che aspettavo il direttore, ha perso una mezzoretta per spiegarmi che proprio non si poteva fare e che dovevo coltivare la mia passione e che poi un giorno sarei diventato un giornalista se ci credevo veramente.


il segno di una resa invincibile pt.VI

ho notato che si è fatto un gran parlare riguardo la faccenda dei crocefissi. che negli ultimi giorni chiunque abbia facoltà scrittorie si è sentito in dovere di dire qualcosa.

io sui crocefissi non ho grandi cose da dire.
le scuole elementari i miei genitori me le han fatte fare dalle suore, le medie ero dai preti, i crocefissi ce li avevo da tutte le parti, in una scuola privata cattolica c’era poco da discutere sul posizionamento dei crocefissi.
allora, questa domenica mattina ero nel letto che mi stavo svegliando, stavo pensando ai crocefissi, ad un certo punto mi è tornato in mente che quando ero alle elementari il problema non eran tanto i crocefissi. i problemi, a pensarci col senno di poi, erano altri. una cosa che mi ricordo, e me la ricordo bene, c’era un prete che una volta ogni sei mesi veniva a farci visita, entrava in classe durante la lezione, ci faceva due o tre giochi di prestigio, più che altro inghiottiva palline da ping pong e poi se le faceva uscire dalle orecchie. finito con le palline ci raccontava due barzellette, alla fine della fiera era lì per venderci un giornalino pieno di barzellette, si chiamava allegria, costava tipo cinquemilalire. chi lo voleva tornava a casa rompeva un po’ i coglioni a mamma e papà si faceva dare le cinquemilalire, il giorno dopo tornava dalla maestra coi soldini, la maestra gli dava allegria, il giornalino.
io questi giornalini di allegria non ce li ho qui, non ho le prove tangibili di quel che sto raccontando, magari la mia mamma ne ha conservato qualcuno in un armadio, che la mia mamma non butta via niente. il fatto è che le barzellette, dentro allegria, ce n’erano un po’ di tutti i tipi, le solite su pierino, quelle sui carabinieri. poi però, oltre alle barzellette su pierino sui carabinieri, c’erano delle altre barzellette, quelle sugli zingari.
ora, le barzellette sugli zingari dentro allegria non erano delle barzellette normali, delle freddure innocenti tipo cosa ci fa uno zingaro in una pressa? il cd rom.
che quando ero alle elementari i cd rom ancora non li avevano inventati.

le barzellette sugli zingari dentro allegria erano un po’ più sottili, avevano la morale. me ne ricordo una era così: c’è una bambina zingara che piange, immersa in una pozza di vomito, per terra. la mamma zingara si avvicina le dice figlia mia cosa ci fai lì perchè piangi? e la bambina: piango perchè la nonna mi ha rubato tutti i pezzi più grossi!

voglio dire, quando penso che c’è gente che nel preoccuparsi dell’educazione degli infanti trova il tempo per cercare i cazzetti subliminali nei film della disney, ci vado via di testa.