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tirare la carretta.

ho un pensiero che continua a tormentarmi, per favore, qualcuno mi dica cosa sta succedendo qui.

quali sono le unità di misura? come si fa a fare della ginnastica spirituale? come si fa a fare qualcosa di buono e come si fa a sapere che lo si sta facendo? siamo nel duemilaetredici e ancora ci concediamo il lusso di scegliere tra l’abnegazione dell’io nei guai degli altri visitando carcerati piantando alberi fondando colonie per malati terminali e cani abbandonati accudendo bambini preoccupandoci della globalizzazione, o l’abnegazione dell’io in uno di quegli involucri globali confezionati millenni fa da vecchietti profeti a cui il cielo bisbigliava in un orecchio, oppure ancora ci permettiamo di nasconderci dietro un –ismo.

e tutti gli –ismi non sono altro che aggeggi cerebrali che forniscono una risposta facile facile in ogni situazione, dei riempitivi.

ci tocca tirare la carretta tutti i santi giorni, soli soletti, con il peso crescente di delusioni assortite e cose-che-non-hanno-senso e poi ancora cose-che-non-hanno-funzionato, e all’orizzonte non appare mai niente.

alla fine tutti i manufatti emotivi, le nostre risoluzioni, le sicurezze, le grazie, le cornici dei dogma, tutte le pose assunte dalla mente non sono altro che la formica (per la precisione una della specie zacryptocerus soldato) che dichiara cazzo se sono una dura, mentre su di lei cala uno scarpone.

nella mia vita avrei voluto fare più bene. mi sacrificherei volentieri per spargere un minimo di redenzione sugli altri. offrire alla gente un riparo dai venditori di assicurazioni e altre calamità di questo secolo.

e poi ho in testa anche un altro pensiero. che dovrei imparare a distinguere tra le cose che hanno valore e quelle che possono essere attuate. imparare che l’unica soluzione di un problema molto difficile consiste nel lasciarlo perdere.


il segno di una resa invincibile pt.XI

e poi dicono che non ci sono i soldi. dieci di sera, padova-dolo in sei minuti, incrociati otto suv e due porsche.

dolo-porto marghera, tre minuti. e mezzo minuto perso al semaforo di mira. corpi neri in offerta speciale che agitano gambe chilometriche dove le strade non hanno un nome e al bar una radiolina che gracchia canzoni, invadendo l’aria insieme all’aroma del caffè d’inizio turno, dove piccoli uomini si muovono verso l’orizzonte metallico illuminato al neon del petrolchimico.

supero due vecchi autobus lenti e vuoti, quelli arancioni dei viaggi verso la scuola, pieni di sogni scaduti, buoni allora per amplificare la solitudine e mitizzare il volto di una sconosciuta, perfetti per consumare l’adrenalina del primo appuntamento e trattenere le lacrime del primo addio.

I’m drivin’ a stolen car / down on the eldrige avenue.
mi sento come i  protagonisti  delle vecchie canzoni di springsteen, che neanche mi è mai piaciuto.
aspetto sempre che mi prendano / ma non accade mai.

allora, calma, ripartiamo daccapo. ho letto donna moderna, grazia, io donna e pure marie claire.
gli oroscopi non li guardo, ma i test per scoprire che genere d’uomo cercano le donne, quelli li ho fatti tutti.
bello, interessante ma umile, che dia sicurezza ma che sappia essere un bambinone, macho ma sensibile, lavoratore ambizioso e casalingo provetto, intellettuale ma anche selvaggio.

mi è venuto il sospetto che quest’uomo non esista. ma tenendo conto che nella vita ho compiuto un mare di errori, preferisco accettare il mio fallimento.
lui esiste, sono io che sbaglio, che continuo ad essere il mio autoritratto in bianco e nero.
e allora ci vuol pazienza.

 

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no news good news

non succede niente. da giorni. il niente mi stanca moltissimo.

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a fare una stronzata siam bravi tutti. a chiedere scusa invece no.

e allora é successo che ieri sera sono andato a un concerto a trieste suonava paul gilbert. magari non tutti lo sanno, paul gilbert é uno dei chitarristi più bravi del globo terracqueo, un punto di riferimento.
a questo concerto alla fine mi son ritrovato ad andarci da solo, che chi era a francoforte chi doveva tenere i figli chi non aveva soldi da spendere, ieri sera son partito con la mia macchina ad ogni incrocio mentre andavo via pensavo ma quasi quasi giro a destra torno verso casa cosa ci vado a fare da solo come un cretino fino a trieste, che l’ultimo disco di paul gilbert non mi è neanche piaciuto più di tanto, con quel che costa la benzina, quasi quasi giro a destra vado da maxvideo mi prendo un film e poi dritto a casa sul divano. poi all’ultimo incrocio utile ho pensato e va bene vado a trieste anche da solo mica bisogna aver sempre intorno qualcuno per stare bene.
e ho tirato dritto.
poi sono arrivato a trieste era già un po’ tardi ho fatto un giro veloce intorno alla via ghega a cercare un parcheggio, trieste sarà anche una bella città col suo mare e i suoi bolliti col kren, ma parcheggiar la macchina a trieste intorno alla via ghega, trieste è brutta quasi come milano. era un po’ tardi mi sono infilato dentro il parcheggio a pagamento della stazione, che è poi uno di quei parcheggi a più piani ho lasciato la macchina al secondo piano ho cercato l’uscita per tornar fuori c’era la porta che dava sulle scale l’ho aperta c’erano due zingari per terra col sacco a pelo che dormivano ho aperto la porta si son svegliati di colpo  han tirato un urlo si son spaventati mi son spaventato pure io. scusate, ho detto, e li ho scavalcati nei loro sacchi a pelo. poi scendevo le scale a metà rampa un’altra famiglia di zingari, dico zingari non lo so se eran zingari, avevan la faccia un po’ come da zingari ma magari non erano, zingari. anche loro con un materassino, delle coperte, dormivano lì. scusate, e son passato sopra anche a loro cercando di non calpestargli troppo il materasso, poi son sceso in fondo alle scale, un barbone anche lui col suo sacco a pelo, dico barbone, aveva la barba molto lunga, mi ha ha chiesto una sigaretta, non ce l’avevo. buona sera mi ha detto. buona sera anche a lei. e son venuto fuori dal parcheggio sono andato al teatro dove suonava paul gilbert, pagato il biglietto, il tempo di andare a pisciare e ha iniziato a suonare.
e niente ha suonato, io ero un po’ in fondo ad un certo punto stava suonando lì sul palco l’ho visto che si è chinato di scatto ha tirato via dalle mani qualcosa a uno del pubblico e l’ha tirato dietro le quinte con la faccia un po’ incazzata. io ero un bel po’ dietro, da lì mi era sembrato che avesse tirato via dalle mani da quello del pubblico un telefonino, per poi lanciarlo dietro le quinte.
che mi è venuto da pensare ma che cazzo fa? mica gli saran girate le balle perchè uno lo stava fotografando o riprendendo e gli ha lanciato via il telefonino? sarà la maniera? e mi sembrava strano, perchè di chitarristi bravi famosi e stronzi incagabili è piena la storia del rocchenroll, ma paul gilbert no. che non ci ho mai cenato insieme ma insomma a vederlo così da tutti gli anni che lo vedo ero proprio convinto fosse una bella persona.
ed è andato avanti a suonare un paio di pezzi e vedevo che faceva di tutto per non guardare in basso la prima fila. poi si è fermato ha parlato al microfono ha chiesto scusa. insomma ha detto guarda scusami che prima ti ho lanciato il telefonino dietro il palco, ho fatto una stronzata solo che son fatto un po’ all’antica mi piace suonare davanti a della gente e guardarla in faccia tu eri qua sotto che mi riprendevi da mezz’ora con sto cellulare piantato davanti non ne potevo più scusami, dopo te lo vado a prendere e te lo ridò, mi spiace.
poi alla fine il concerto è finito son venuto fuori dal teatro son tornato a prendere la macchina al parcheggio, per non disturbare nessuno anzichè salire dalle scale che eran piene di gente che dormiva sono venuto su dalla rampa dove salgono le macchine son ripartito.
solo, non avevo voglia di prendere l’autostrada, che da quando ho cambiato macchina ho riscoperto il piacere della guida, prendere le autostrade mi infastidisce, ero da solo era mezzanotte e mezza, non mi aspettava nessuno avevo un umore un po’ strano ho acceso il navigatore gli ho chiesto di portarmi a casa evitando le strade a pedaggio son partito.
e avevo appunto un umore un po’ così, guidavo, la radio a volume basso, pensavo ai miei pensieri, seguivo le indicazioni del navigatore ad un certo punto ero preso da questi pensieri anche non tanto belli mi son trovato fermo a un semaforo e mi sono accorto che lo conoscevo, quel semaforo.
un semaforo che non ci capitavo da degli anni, e degli anni fa a quel semaforo di latisana ci ho passato uno dei periodi più brutti della mia vita.
e niente, di trovarmi fermo a quel semaforo ieri notte verso le due del mattino, che non me l’aspettavo, mi si è schiantato il cuore.

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poi dicono l’impotenza.

non ho mai tempo per scrivere lo so mi dispiace, i lettori affezionati che venivan qui costantemente a veder cosa scrivevo, mi sa che li ho un po’ delusi, fa niente.
è che lo studio love mi sta impegnando parecchio la testa, poi ci sono delle nuove mirabolanti avventure io non so come andranno le cose, sta di fatto che la testa ce l’ho tutta concentrata qui dentro, scrivere sul blog ultimamente faccio fatica.
comunque.
c’è una cosa, volevo scriverla già settimana scorsa, poi non ho avuto il tempo, la scrivo adesso, settimana scorsa mi son fermato a dormire a pordenone dai genitori della signorina, la mattina che ci siam svegliati la signorina aveva da fare un lavoro in fiera a pordenone io dovevo tornare invece in studio le ho detto dai che ti do un passaggio fino in fiera, abbiam preso su la mia macchinina, siamo andati.
solo poi dopo andare in fiera tutto un traffico, le macchine ferme, si deve passare anche davanti la stazione dei treni per andare in fiera eravamo lì in macchina fermi in coda vicino la stazione dei treni ad un certo punto da un suv fermo davanti a noi dal lato passeggero è scesa una ragazza è partita a piedi. dopo due secondi, un’audi in coda a fianco alla mia, un’altra ragazza dal lato passeggero è scesa, è partita a piedi. dopo un attimo anche da una mercedes davanti, stessa cosa, un’altra ragazza partita. andavano in stazione, che magari perdevano il treno, ferme in coda non arrivavano più, son partite a piedi, mi è venuta su una tristezza, per quei poveri uomini piantati là in mezzo al traffico sui loro macchinoni,  mi sono immedesimato devono aver fatto tutti e tre un pensiero del tipo guarda qua con tutto quel che ho speso per comprare il macchinone non riesco neanche a portar la mia donna fino in stazione non servo a niente qui da solo in mezzo al traffico che vita infame. che io mi sono immedesimato, secondo me dentro i loro macchinoni stavano facendo questo pensiero tutti e tre, poveracci, mi dispiaceva. e ho anche detto alla signorina guarda lì, poveretti, tutti i soldi che han speso per il macchinone, non riescono neanche a portar la loro donna fino in stazione chissà come si sentono inutili. eh. poi si è smollata la coda siam ripartiti siamo andati avanti un po’, la signorina mi diceva che ore sono? siamo in ritardo? e io no tranquilla che ce la facciamo. e invece poco più avanti c’era un vigile avevan deviato la strada non si poteva più andar via dritti verso la fiera deviavano il traffico, e a far quella deviazione si doveva poi fare un giro più lungo per arrivare in fiera, con la signorina ci siam guardati, mi ha detto eh fermati qua che scendo, vado giù a piedi, se non non arrivo più. mi ha dato un bacio è scesa, è partita a piedi.


due riflessioni molto serie.

dicono che la gente non cambia mai. secondo me la gente migliora col tempo.

mi sono accorto ieri, una volta quando mi capitava di accompagnare in stazione una signorina che doveva partire la accompagnavo al binario poi stavo lì con lei ad aspettare poi lei saliva sul treno che era arrivato e io rimanevo lì giù a guardar lei che trovava posto si sedeva e poi stavamo a guardarci finchè non partiva poi andavo via.

e invece, adesso, mi sono accorto ieri, a portare una signorina in stazione son stato lì con lei al binario ad aspettare un treno che poi arrivava e lei montava su. e io le dicevo ciao e andavo via subito.

tagliata via tutta la parte dello stare lì giù a veder lei che trova posto si siede e guardiamoci finchè non parte il treno.

secondo me è un miglioramento.

e poi c’è questo fatto che son due settimane che ogni mattina mi sveglio nel letto, guardo la sveglia, son le quattro e trentadue. non sto scherzando, tutte le mattine da quindici giorni mi sveglio apro gli occhi ed è sempre quell’ora lì, non sgarro di un minuto. poi mi riaddormento. e secondo me è una cosa talmente fuori di testa, anche perchè non è che vado a dormire sempre alla stessa ora, son variabile. certe volte presto certe volte tardi certe volte sobrio certe volte birra. e allora, pensavo, secondo me ho di nuovo un problema coi marziani che da due settimane vengono a prendermi fanno le loro cose i loro esperimenti e poi mi scaricano a casa alle quattro e trentadue, non vedo altre spiegazioni plausibili.


poi dice lo vedi a non saper le lingue?

sabato son stato a fotografare un matrimonio, la sposa di queste parti lo sposo invece inglese di londra, con tanti invitati inglesi di londra, ho passato la giornata a spolverare il mio inglese. che a parte guardare i film in lingua originale, non mi capitava di dovere parlare inglese così tanto dai bei tempi in cui ero un fotografone che girava il mondo per lavoro. poi è arrivata la crisi, e il mondo ha continuato a girare esattamente come prima mentre io ho iniziato a girare molto meno.

e a parlare inglese tutto il giorno, mi è venuto in mente un altro fatto volevo scriverlo qui poi mi era passato di mente. che due settimane fa siamo andati io e il mio socio fotografo ad un evento organizzato da un’agenzia che ha vinto un premio anche grazie alle nostre fotografie ci hanno invitati siamo andati. c’era un po’ da annoiarsi erano tutti incartapecoriti a mangiar tramezzini e bere vino, c’era solo una ragazza molto carina molto giovane. e allora, cosa vuoi fare, io e il mio socio ci siam messi a parlare con questa ragazza molto carina molto giovane mangiar dei tramezzini bere del vino. per attaccar discorso le abbiam chiesto ma tu lavori qui in questa agenzia? no. ci lavoravo, ho fatto una work experience.

che il mio socio non sa l’inglese, io non so cos’è una work experience, le abbiam chiesto spiegaci cos’è questa work experience che non lo sappiamo.

e niente, in pratica ho fatto un’esperienza di lavoro di sei mesi, facevo un po’ di tutto, principalmente lavori di grafica.

ma dai che bello. e ti pagavano bene?

no, non mi pagavano, era una work experience.

ah. e adesso cosa fai?

adesso sto lavorando per un’altra agenzia di comunicazione, qui vicino.

e lì ti pagano.

no no. anche lì sto facendo una work experience.

e allora, gli ho poi spiegato al mio socio fotografo che non sa l’inglese, che la traduzione letterale di work experience è lavorar gratis.


game over.

allora niente, è successo che dei mesi fa mi son lasciato con una morosa molto importante, c’è stato tanto dolore, degli strascichi, la vita certe volte è cattiva.
e in questi mesi non è che son stato sempre a casa a guardare la televisione. ogni tanto son stato in giro a fare dei disastri. e a far dei disastri ci son state delle volte in cui ho portato occasionalmente a casa delle altre signorine.
di mio, nella vita, ho da sempre questa sensazione di dover rivivere ciclicamente le stesse cose, di dover ogni volta ripartire daccapo cercare di non fare di nuovo gli stessi sbagli per riuscire a passare al livello successivo. avevo scritto una roba del genere tanto tempo fa qui. che mi sembra di vivere in un videogioco e non si arriva mai alla fine.
non è una sensazione che mi piace. in genere faccio il possibile per convincermi invece del contrario. che sia sempre tutto nuovo, che non mi tocchi dover ripetere sempre le stesse cose.
solo che poi mi remano contro.
e infatti dicevo, queste signorine che occasionalmente sono entrate in casa mia han tutte detto questa frase, con piccole varianti sul tema, ma sempre la stessa.
ah, ma guarda che casa pulita, guadagni punti!
oppure
ma sai anche cucinare? che bravo, guadagni punti!
oppure
e questa? è la tua moto? che bella, stai proprio guadagnando punti.

ecco, volevo dire, e l’ho detto anche alle signorine ogni volta che se ne uscivano con queste frasi, guarda che vorrei semplicemente scopare, non giocare a tetris e tirar su dei punti.


sulla merdizzazione interiore.

qualche giorno fa ero in giro per conegliano sullo stradone che attraversa il centro, ero insieme al mio socio fotografo avevamo parcheggiato stavamo andando a piedi da un cliente. vestiti anche bene.
e stavamo parlando delle nostre cose ad un certo punto il mio socio fotografo dice aspetta un attimo che tiro su la catena alla bambina.
mi giro, c’era una mamma con una bimba avrà avuto quattro anni, indiane, avevano anche i loro vestiti tipici indiani, la mamma era lì che stava cercando di tirar su la catena a questa biciclettina rosa.
che io non le avevo nemmeno viste, il mio socio in un attimo è andato lì ha detto alla signora aspetti faccio io e si è messo a trafficare sulla biciclettina. mi son messo lì anch’io.
abbiam ribaltato la bici, io più che altro tenevo ferma la biciclettina e davo dei consigli.
che la catena era scesa sia dall’ingranaggio davanti che da quello dietro, poi la catena era protetta da un coso di plastica, è stata un’impresa un po’ complicata il mio socio ha tirato giù il coso di plastica tira e molla alla fine ce l’ha fatta, a rimettere apposto la catena tutto come nuovo.
la bimba era contenta, anche la mamma, ho detto alla bimba beh, dagli un bacio al mio socio fotografo, gli ha dato un bacino sulla guancia, ci hanno ringraziati, sono andate via.
ho guardato il mio socio fotografo, aveva tutte le mani nere di grasso della catena, ci siam guardati un attimo come dire ecco, le cose che succedono ai super eroi. c’era lì una fontanella, ha preso un po’ di terra dall’aiuola ha iniziato a sfregarsi le mani a lavarsi, è riuscito a pulirsi un po’, siamo poi andati dal cliente.
da tutta questa avventura, mi son venuti due pensieri, il primo, l’ammirazione per la naturalezza del gesto con cui il mio socio fotografo ha visto la mamma e la bambina in difficoltà e si è fiondato a dare una mano. non so come spiegarlo, è stato proprio un gesto paterno molto bello, sarà che il mio socio fotografo ha tre figli, magari certi istinti ti diventano spontanei immediati quando sei un papà. magari gli sarebbe venuto spontaneo e immediato anche se non aveva i tre figli, che il mio socio fotografo io lo devo dire è proprio una bella persona. però insomma, mi ha lasciato lì così fatto che non ci abbia pensato un attimo e si sia precipitato a imbrattarsi le mani di grasso.
e allora mi è venuto il secondo pensiero, che mi son sentito una merda. intanto perchè io la mamma e la bimba in difficoltà non le avevo nemmeno viste. e in effetti devo averle viste per forza, perchè erano lì dove stavamo camminando noi, e come le ha viste il mio socio fotografo devo averle viste per forza anche io. e quindi mi è venuto il dubbio che magari invece le ho viste, ma il mio cervello già proiettato sul dover andare vestito bene dal cliente, proiettato a pensare alle cose da dover dire al cliente eccetera, il mio cervello non me le abbia fatte notare, la mamma e la bambina. e poi mi son sentito ancora di più una merda per via del fatto che se anche il mio cervello me le avesse fatte notare, io non lo so se mi sarebbe venuto l’istinto spontaneo immediato di mettermi lì a tirar su la catena alla biciclettina.
che le cose come il rischiare di far tardi, di sporcarmi tutte le mani di grasso prima di andare da un cliente, io probabilmente avrei fatto finta di niente e avrei tirato dritto. e questo, ho pensato, deve essere il risultato di anni e anni di merdizzazione interiore. perchè così come ho il sospetto che in quel momento probabilmente avrei tirato dritto, ho anche la certezza che qualche anno fa non ci avrei pensato un secondo e mi sarei fiondato sicuramente ad aiutare la mamma e la bimba in difficoltà, anche se poi mi sporcavo le mani non sarebbe stato un problema.
e invece adesso forse lo sarebbe stato, un problema. questa cosa, del mio cervello che una volta era un cervello normale con degli istinti naturali spontanei e adesso si deve esser trasformato in una merda che dà la priorità al non sporcarmi le mani di grasso prima di andare da un cliente, mi ha fatto sentire uno schifo.
e oltre a sentirmi uno schifo, ho provato dell’invidia per l’istinto naturale spontaneo, paterno o non paterno non saprei dirlo, del mio socio fotografo.
poi ho pensato che è anche una cosa molto bella avere un socio fotografo così. sapevo già che di robe da insegnarci a vicenda ne abbiamo un bel po’, da un punto di vista strettamente fotografico, però ora so che lui ha da insegnarmi anche delle cose da un punto di vista strettamente legato alla capacità di stare al mondo.


catarsi.

e poi subito dopo mi son detto che cazzo me ne frega. e che cazzo me ne deve fregare di qualsiasi cosa. e infatti a me ormai non me ne frega un cazzo, e uno che ha raggiunto una certa età, nel bene e nel male, la cosa che gli interessa di più è di stare in pace e di non avere continuamente delle rotture di coglioni, poter fumare delle sigarette in pace o cose simili e così via.


cito testualmente pt.XII

I consigli del vecchio Pork Chop Express sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando i fulmini lampeggiano, i tuoni rimbombano e la pioggia viene giù in gocce pesanti come piombo. Basta che vi ricordiate cosa fa il vecchio Jack Burton, quando dal cielo arrivano frecce sotto forma di pioggia e i tuoni fanno tremare i pilastri del cielo. Sì, il vecchio Jack Burton guarda il ciclone scatenato proprio nell’occhio e dice: Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura.

grosso guaio a chinatown, twentieth century fox, 1986


cito testualmente pt.XI

Un po’ di tempo fa mentre facevo la Bazzanese mi è successa una cosa stupefacente. Una sera, mentre stavo tornando giù dalla montagna solo con una ragazza, era una delle prime volte che facevo la Bazzanese con questa ragazza, volendo fare il suggestivo a un certo punto le ho detto che stavamo passando in un punto in cui avevo trascorso uno dei cinque pomeriggi più tristi della mia vita. Le avevo detto che tra breve, finite le case, sarebbe comparso sulla destra un palasport in mezzo a un parchetto con molti alberi dentro il quale c’era una panchina sulla quale avevo pianto tre ore abbracciato a una ragazza. Avevamo pianto in un modo terribile in quanto avevamo deciso di non vederci più perché io stavo con un’altra. Quando a un certo punto ho detto alla mia amica che il punto esatto era lì, appena finivano le case, il punto esatto invece non era lì. Il palasport non c’era per niente, al suo posto c’era un campo da calcio che con la mia vita non c’è mai entrato niente.
Allora in quel momento mi è presa una allegria bestiale perché mi ricordavo ancora tutte le volte che mi ero detto che quel posto non me lo sarei mai scordato. Invece me lo sono scordato e l’ho sbagliato. Per tre o quattro anni tutte le volte che sono passato in quel posto mi si sono bagnati gli occhi e mi è venuto il cuore in gola. Tutte le volte ho accelerato per scappare via. Tutto questo, evidentemente, adesso è finito nella dimenticanza.
Perciò ho detto alla mia amica che mi sembrava un fatto bellissimo per me di aver sbagliato pari pari e non aver riconosciuto quel posto. Perché capisse la mia improvvisa soddisfazione le ho detto che provasse a pensare a come sarebbe di sollievo, se per esempio io e lei avessimo una storia che deve finire in un modo analogo, con tre ore di pianti e abbracciamenti durante i quali pensi che vorresti morire (anche se vivere così non è necessario), come sarebbe bello, già mentre sei abbracciato che piangi, pensare con sollievo che tra qualche anno, cinque, sei, dieci, tu non ricorderai più in modo nitido quello star male. Tu, invece di dire lì un pomeriggio sono stato malissimo e volevo scomparire, racconterai a una persona che da qualche parte, nel giro di quindici chilometri, ci deve essere un posto dove un pomeriggio devi esser stato male. E ti rendi conto che un sacco di tristezza, anche densa, nel corso del tempo è diventata sempre più vaga e sta finendo nella dimenticanza. Quei discorsi per me erano così rinfrancanti che mi sono messo a superare tutti perché avevo veramente voglia di andare fortissimo.
Quando sono arrivato a casa mi ricordo che mi sono chiesto come mai i pensieri più belli vengono sempre mentre uno va in macchina. C’è qualcosa nel guidare, soprattutto se sei solo in macchina con una donna, deve essere il fatto di muoversi, che smuove gli strati bassi del cervello.

Ugo Cornia, Sulla felicità a oltranza, ed. Sellerio, 1999

 


ogni mattina in africa.

ultimamente ho intorno delle persone sportive che nel tempo libero vanno a correre, si tengono in forma, fanno bene. e mi fanno questi discorsi, di quanto fa bene, che non vedo l’ora di finir qua così vado a correre e mi rilasso, e domani ho proprio bisogno di andare a correre che negli ultimi due giorni non ho corso sto male, e no no no no questa sera proprio non posso che devo andare a correre.

tre settimane fa aveva appena finito di piovere ho portato la ozy a fare un giro del lago morto, ho provato.

la ozy è il cane che mi vive in casa, il lago morto è un laghetto che sta qui vicino c’è il sentiero in mezzo al bosco si può fare il giro del lago una cosa da tre quarti d’ora a passeggio.

e quindi, ero lì con la ozy, mi ha preso in una maniera che mi son messo a correre. non ero neanche vestito come si deve, avevo la saloppa e le scarpe da montagna, che chissenefrega mica bisognerà metter su la tutina firmata per fare una corsetta, mi son messo a correre con la ozy che mi veniva dietro, eran vent’anni che non correvo.
che di attività fisica ne ho sempre fatta poca, correre è una cosa che non mi è mai piaciuta, ma fa niente mi son messo a correre ho corso per mezzo lago.
non so quanto sarà, così a occhio saran due chilometri, poi stavo per morire di infarto ho continuato a piedi, poi altre due corsettine, ho fatto il giro del lago son poi tornato a casa mi sentivo un eroe, che avevo corso.

solo, ecco, a correre così senza le attrezzature adatte, a non essere abituato, con la saloppa e le tasche con dentro portafoglio cellulare chiavi di casa guinzaglio della ozy, un fisico non abituato a far dei chilometri di corsa, mi è venuta su un’irritazione alla pelle, una roba fastidiosa.
che ho detto boh, passerà. e invece non passava. tutta un’irritazione, la sera veder l’irritazione pensare orcocane due chilometri di corsa e guarda come mi son ridotto.
e insomma son passate tre settimane, l’irritazione non passava sono andato dal dottore, gli ho raccontato della corsa, ha guardato, mi ha dato una pomata.

mi ha detto poi il dottore guardi, io faccio il medico sportivo, mi son fatto un’opinione.
che lo conosco da dieci anni, il mio dottore, son dieci anni che mi dà del lei.
mi ha detto vede, la sera mi piace guardare il canale del national geographic. ha presente i documentari coi leoni? ecco. lei ce l’ha in mente come è fatta una leonessa, è una bestia costruita per correre, con tutta un’agilità, una struttura, una forza, è fatta per correre. eppure, ha mai visto una leonessa mettersi a fare jogging? no. la leonessa corre solo quando deve acchiappare una preda. mentre per tutto il resto del tempo se ne sta al sole a dormire e a farsi i fatti suoi. insomma, se potesse evitare, eviterebbe di correre. è costretta per via del fatto che deve acchiappare l’antilope.
allora, mi ha detto, io la penso così, che noi esseri umani per procurarci il cibo dobbiamo fare una cosa, che è lavorare. e secondo me lavoriamo anche troppo.
e quindi di correre possiam farne tranquillamente a meno.


cito testualmente pt. X

e poi un bel giorno ero piombato all’inferno. mi sono commiserato al punto da commiserarmi.
le proprie disgrazie dovrebbero essere disgrazie e non parte del materiale universale. a questo punto, su scala mondiale me la cavo molto meglio della maggior parte della gente: danzatrici hawaiane costrette a dire aloha ai turisti, fricchettoni a bombay, arrotolatrici di sigari a cuba, ninos de rua in nicaragua. che scusa ho io per essere depresso?
prima o poi arriva il momento in cui l’astuzia e la spiritosaggine vengono spazzate via. e si trema all’idea che si verrà rimpinzati di finali tristi fino a farceli uscire dalle orecchie.
quelli che la gente considera finali lieti non sono, naturalmente, finali. i finali sono per definizione tristi.
mi viene un fortissimo attacco di buonismo. quel che vorrei offrire sono finali lieti per tutti. un abbraccio universale mi è uscito dal cuore, per tutti. perché l’unica cosa che ci unisce, che ci arruola nello stesso esercito è il nostro essere mortali: il nostro comune nemico.

la gang del pensiero, tibor fischer, ed. garzanti 1994.


creatività, sempre.

dice, ho un cliente che fa lampadari, così per hobby si è messo a produrre anche dei dildo di cristallo, ha chiesto se glieli fotografiamo. poi se siam bravi ci fa fotografare anche i lampadari.

ma dai. bello. e come dobbiamo fotografarli questi dildo?

ha detto che possiam fare quel che vogliamo.

beh. io li farei ambientati.


cito testualmente pt. IX

Io sono quello che non ce la faccio. Io sono stanco, anzi, stanchissimo. La vita moderna ha dei ritmi e delle pretese che tenerci dietro, io non ce la faccio. Oppure no. Io sono esaurito. Ho finito, nel breve volgere di sette lustri, l’energia vitale che mi è stata concessa. Sono scarico. Sembro vivo, ma sono morto. Oppure no. Io sono un martire della letteratura. Ho scritto un romanzo che è piaciuto molto a due editori, uno dei quali molto importante. Molto colpiti. Originale, mi han detto. Ti chiamiamo entro fine luglio, mi han detto. Oggi è l’otto di agosto e sono qui in casa che aspetto. Non succede niente. Questo niente mi ammazza. Oppure no. Io sono deperito da una lunga dieta e dalla delusione che l’ha seguita. Non entravo più nelle braghe e mi son messo a dieta. Sono stato a dieta otto mesi. Dimagrivo pochissimo, ma costantemente. Un chilo al mese. Un bel giorno, sono entrato nel paio di braghe più stretto che avevo. Sono uscito di casa, la cintura stretta nell’ultimo buco, e vedevo riflessa nelle vetrine l’immagine di un uomo agile e fresco. I pantaloni fasciavano elegantemente una vita sottile. Il ventre piatto del pugilatore. Ero diventato cordiale e piacevole, parlarmi insieme. Se ne accorgevano tutti, quelli che mi incontravano. Ma come stai bene, come sei in forma. Sono stato magro tre giorni. E’ lì che mi sono abbattuto. Oppure no. Io sono sotterrato da una storia sentimentale, finita male. Bassotuba è andata via con un sociologo e io non ho retto al distacco. Che ancora adesso, sui muri di casa, ci sono appesi i biglietti che mi lasciava, non buttare le cicche nella tazza del water!!! Io guardo quei tre punti esclamativi e torno indietro e spengo la cicca nel portacenere. Come se adesso servisse a qualcosa. Come se un’azione potesse in qualche modo cambiare la mia condizione presente. Invece no.

Bassotuba non c’è, Paolo Nori, ed.Deriveapprodi, 2000.


una bambina di cinque anni.

c’è questo mio amico è il fotografo con cui lavoro qui in studio che ci son delle mirabolanti novità ma ancora non posso dire niente manca poco, questo mio amico ha tre figli la più piccola ha cinque anni.
e l’altro giorno questa bambina di cinque anni gli ha detto sai papà che a scuola ci sono tre bambini che non fanno le preghiere insieme a noi?
ma dai, e perchè? le ha chiesto il mio amico fotografo che è poi il suo papà.
perchè loro hanno un altro dio.
ecco.
papà?
dimmi
ma dio non è uno solo?

e perchè quei bambini hanno un altro dio diverso dal nostro?
eh, perchè nel mondo ci sono tante persone e ci sono tante persone che credono in un dio diverso dal nostro.

allora, ha detto la bambina di cinque anni dopo averci pensato su un minutino, dio esiste perchè è la gente che ci crede?


domenica sbrago.

ci son delle domeniche che mi sveglio c’è da tagliare il prato che con la pioggia di questi giorni l’erba è cresciuta indomita, c’è da pulire casa che io non lo so come fa casa mia è sempre un disastro basta che mi distraggo un attimo e sembra il set di hostel. c’è poi da far la doccia alla ozy che è un cane, ha piovuto, odora di can bagnato. c’è da lavare una pila di piatti sporchi. sembra una canzone di battisti, vendo casa si chiama la canzone di battisti, e io svegliarmi la domenica mattina pensar che mi ritrovo dentro una canzone di battisti mi cresce dentro tutto uno sbrago interiore é una cosa che mi lascia lì.


buone pascualità.

sono un paio d’anni che faccio a meno della televisione. già ne guardavo poca, poi ad un certo punto basta, i programmi televisivi non entrano più a casa mia. che quando mi capita di parlarne con la gente alcuni si stupiscono, mi dicono ma come, tu che lavori nella comunicazione, come fai a non guardare la televisione? eh, non la guardo.
poi ogni tanto vengo a trovare i miei genitori, loro la televisione la guardano, la guardo pure io quando son qui. che dico dai vediamo cosa fanno vedere, vediamo i passi avanti nel mondo della comunicazione televisiva, le nuove frontiere degli spot pubblicitari.

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c’è un problema mica da ridere.

c’è qua la ozy, il cane che mi vive in casa, che settimana scorsa è stata in gita mi è tornata che non sta tanto bene. non sta tanto bene non saprei spiegare cosa, che a vederla è il solito cane dorme mangia beve caga combina casini corre come una matta da tutte le parti quando torno a casa. tutto normale come al solito. solo, fa di quelle scorregge, ma di continuo, una roba che non si respira.


e domani uguale.

va bene che mi piace fare quello che faccio, che lo decido io quanto e cosa fare non mi obbliga nessuno, va bene che non mi pesa pensare a lavorare quindici ore di fila. non mi pesa. però cazzo quindici ore di fila tutti i santi giorni, io non lo so.


esserci, non esserci.

il problema del lavoro che faccio è che devo metterci la testa. aver voglia. sempre.

allora ci son dei giorni che son quelli come oggi che vorrei poter chiudere tutto, dire va bene, ci pensiamo poi domani, se domani mi va.

e invece c’è della gente da vedere, c’è da andare in giro a vendermi, metter su il sorriso commerciale, dire delle cose brillanti, fare delle fotografie fatte bene, vedere poi altra gente, tenere dei corsi, spiegare delle cose, programmarne delle altre, far delle telefonate, guadagnare dei soldi per pagare le bollette.

non posso, chiudere tutto e dire va bene, vado a dormire. i clienti, riposatevi ci vediam domani non pensate a me. la macchina fotografica, dormi anche tu. i corsisti, ciao passate una buona notte. il telefono, dormi e non suonare fino a domani. le bollette, ciao.

e allora, cosa devo fare, tiro via dritto. che da fuori son bravo la differenza non la vede nessuno.


corso online avanzato di fotografia applicata pt.II

se la vostra settimana comincerà con uno shooting importante, per i neofiti shooting vuol dire servizio fotografico, e lunedì mattina dovrete fare lo scatto per una copertina di una rivista, sarà importante che la sera prima andiate a letto sereni, che facciate una bella dormita e che la mattina dopo facciate tutto con calma per raccogliere idee e concentrazione.

poi invece avrete passato una brutta serata e la nottata non sarà stata tanto serena. ma ci vorrà della pazienza ed esser forti.

se poi vi sarete dimenticati di pulire il bagno dello studio, che a forza di rimandare per una settimana il bagno non si sarà pulito da solo, e ci terrete a non fare una pessima figura con la modella e il resto dello staff, dopo questa brutta notte vi sveglierete una mezz’ora prima e correrete in studio utilizzando i trenta secondi fermi al semaforo per raccogliere le idee e concentrarvi.

il bagno sarà pulito e sarete belli freschi e contenti pronti a cominciare.


corso online avanzato di fotografia applicata.

quando dovrete andare a fotografare per un cliente nuovo, ad un evento molto importante in cui presenziano personalità di rilievo che arrivano da tutto il mondo, anche se dovrete svegliarvi presto e vi sveglierete con un mal di testa feroce, fate attenzione a quali braghe metterete su.

dico, fate attenzione, perchè potrà capitarvi di sbagliare e di mettere su quel paio di braghe con uno strappetto sul culo, che non le avete ancora buttate per via del fatto che nella vita non si sa mai, magari poi trovate il modo di ripararle, e nel frattempo son lì che girano nell’armadio.  ecco,  potrà capitarvi se non ci state attenti di mettere su per sbaglio le braghe con lo strappetto dietro, sul culo. e quando arriverete lì, tutti belli fighi tirati a lucido con la camicia nera che ultimamente a forza di far vita di merda anche la camicia nera quella stretta attillata ha ricominciato a starvi bene e i bottoni non tirano più sulla pancia, comincerete a gironzolare tutti fieri con la vostra macchina fotografica finchè non dovrete fare un’inquadratura bassa, e nell’abbassarvi vi si aprirà uno sbrago, sul culo, di una spanna buona. e nemmeno ve ne accorgerete. continuerete quindi a gironzolare finchè la cliente non vi dirà: ma tu proprio oggi dovevi metterti i pantaloni strappati?

sarà lì che, se non siete stati attenti e la mattina vi siete messi per sbaglio delle braghe che non andavano bene, vi ritroverete con mezzo culo di fuori. se sarete fortunati la cliente importante sarà anche una signora molto gentile, comprensiva, carina e materna quanto basta per portarvi in una stanzetta dove vi farà tirar giù le braghe e ve le ricucirà al volo con ago e filo d’emergenza mentre voi fate conversazione con lei in boxer a quadretti e calzini a righe.

poi dopo mille ringraziamenti tornerete a fotografare l’evento importante e la cucitura d’emergenza reggerà per circa dieci minuti, per poi ristrapparsi. l’unica soluzione, se non siete stati attenti la mattina e vi siete messi per sbaglio le braghe rotte, sarà andare in giro per il resto della giornata con su il cappotto che è lungo quanto basta per coprirvi il culo scoperto.

e la giornata, nonostante il meteo avesse previsto una settimana eccezionalmente fredda, sarà invece eccezionalmente calda.

se poi, sempre la stessa mattina, avrete anche deciso di usare quel deodorante nuovo costosissimo privo di gas privo di alcool talmente naturale da funzionare pochissimo, come deodorante, arriverete alle quattro del pomeriggio in condizioni abbastanza brutte, almeno per quanto riguarda gli odori che provengono dalle vostre ascelle.

siate disinvolti e fate i simpatici. tutto andrà bene.