tirare la carretta.

ho un pensiero che continua a tormentarmi, per favore, qualcuno mi dica cosa sta succedendo qui.

quali sono le unità di misura? come si fa a fare della ginnastica spirituale? come si fa a fare qualcosa di buono e come si fa a sapere che lo si sta facendo? siamo nel duemilaetredici e ancora ci concediamo il lusso di scegliere tra l’abnegazione dell’io nei guai degli altri visitando carcerati piantando alberi fondando colonie per malati terminali e cani abbandonati accudendo bambini preoccupandoci della globalizzazione, o l’abnegazione dell’io in uno di quegli involucri globali confezionati millenni fa da vecchietti profeti a cui il cielo bisbigliava in un orecchio, oppure ancora ci permettiamo di nasconderci dietro un –ismo.

e tutti gli –ismi non sono altro che aggeggi cerebrali che forniscono una risposta facile facile in ogni situazione, dei riempitivi.

ci tocca tirare la carretta tutti i santi giorni, soli soletti, con il peso crescente di delusioni assortite e cose-che-non-hanno-senso e poi ancora cose-che-non-hanno-funzionato, e all’orizzonte non appare mai niente.

alla fine tutti i manufatti emotivi, le nostre risoluzioni, le sicurezze, le grazie, le cornici dei dogma, tutte le pose assunte dalla mente non sono altro che la formica (per la precisione una della specie zacryptocerus soldato) che dichiara cazzo se sono una dura, mentre su di lei cala uno scarpone.

nella mia vita avrei voluto fare più bene. mi sacrificherei volentieri per spargere un minimo di redenzione sugli altri. offrire alla gente un riparo dai venditori di assicurazioni e altre calamità di questo secolo.

e poi ho in testa anche un altro pensiero. che dovrei imparare a distinguere tra le cose che hanno valore e quelle che possono essere attuate. imparare che l’unica soluzione di un problema molto difficile consiste nel lasciarlo perdere.

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