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sulla merdizzazione interiore pt.II

venerdì sono andato con la gine a sentire un concerto in provincia
suonavano dei nostri amici che dal vivo con questa formazione non li avevo mai sentiti, siamo andati.

è successo che questi amici io non lo sapevo non eran lì a fare il loro concerto e basta, erano in realtà lì per aprire ad un altro gruppo che veniva su da perugia.
gli amici han suonato, bravi, han fatto la loro porca figura, poi son smontati dal palco e quelli che dovevano suonare dopo han cominciato a prepararsi. che a vederli così mentre si preparavano questi qui del gruppo dopo ero lì che pensavo, mah. che giovani che sono. che facce che hanno. mah.

e poi han cominciato a suonare son rimasto di stucco. che una botta così ad un concerto in provincia io ero da un sacco che non la sentivo.
adesso dovrei scriver tutta la parte in cui dico che il pubblico sapeva i pezzi a memoria e la gente saltava e pogava e io e la gine eravamo lì in parte e lei mi guardava e mi diceva ma chiccazzo sono questi? e io le rispondevo come cacchio è che son famosi e io non so manco come si chiamano? e già che son qui dovrei scrivere anche che tra tessera arci ingresso birre schifose che fan venire il malditesta a cinque euro l’una e disco del gruppo perugino ero partito con settanta euro nel portafoglio son tornato a casa con cinque.

e poi niente il cantante ha detto bon il prossimo pezzo parla degli alberi. parla degli alberi e dice sostanzialmente che gli alberi son sempre lì uguali a sè stessi, per tutta la vita restano degli alberi e basta. mica come le persone, come noi, che più andiamo avanti e più diventiamo degli stronzi.


una cosa da audiofili e poi sui nuovi fotografi matrimonialisti, un’anticipazione.

faccio una pausa se no vado via di testa. che sto facendo postproduzione, certe volte è un inferno, ma va bene.

allora, giusto per dire che mentre ero qui davanti al computer a fare dei gran tracciati c’era fuori il mio socio in sala posa, ha acceso lo stereo ha messo su il black album dei metallica. e allora, vedi, ho pensato, che a far apprezzare certe cose alla gente, poi la gente dopo un po’ si accorge. son soddisfazioni.

che il mio socio la musica gli piace molto, ma mica quella dei metallica, ascolta altre cose lontanissime dai metallica. e voi magari non lo sapete e nemmeno ve ne frega qualcosa ma il black album dei metallica rientra tra quei dischi considerati audiofili e bla bla bla. e allora, niente, dopo che si è accorto di quanto suona bene questo disco, per come è registrato e per come suona bene nell’impianto che ho tirato in piedi qui in studio, adesso ero qui che facevo dei gran scontorni, il mio socio ha messo su il black album dei metallica a un volume anche alto.

poi volevo dare anche un’anticipazione, che son due giorni che ci penso su, ho un infastidimento mio personale coi nuovi fotografi matrimonialisti vorrei scriverci una cosa al riguardo, non una cosa cattiva, solo fastidiosa, son due giorni che ci penso sto cercando un modo di metterla giù senza farmi poi odiare dalla gente, ancora non mi viene.

ma ce l’ho qui, eh, prima o poi arriva.

metallica


l’ebbrezza dell’esser famosi, voi non la conoscete.

sono andato in un ambulatorio privato, ieri, a far degli esami. che adesso ho scoperto funziona così, il dottore ti fa l’impegnativa per le analisi del sangue e tu se vuoi vai in ospedale come hai sempre fatto a sgomitare coi vecchi che alle sette del mattino son lì già da un’ora pronti a prendere il loro numeretto e a farti un culo così, perchè vogliono un numeretto più bello del tuo. e già che siam qua vorrei levarmi sto sassetto dalla scarpa. si sappia che in ospedale comincian molto presto a far gli esami la mattina per la gente che lavora. che così magari ci si sbriga e chi lavora non perde una giornata di lavoro per farsi tirare due gocce di sangue. non comincian molto presto a far gli esami per i vecchi pensionati che non hanno un cazzo da fare tutto il giorno. quindi, ecco, volevo dire ai vecchi pensionati che non hanno un cazzo da fare e che leggono le fesserie che scrivo, se dovete andare a far degli esami in ospedale prendetevela comoda leggetevi un giornale al bar fate la spesa passate in bocciofila a salutare gli amici, andateci più tardi in ospedale a farvi tirar le vostre due gocce di sangue. così la mattina presto ci va la gente che poi deve sbrigarsi per andare a lavorare e per guadagnare i soldini che servono a pagare poi l’inps che serve infine per pagar la pensione a voialtri.

ecco, stavo dicendo, ho scoperto che puoi andar in ospedale la mattina a litigare coi vecchi, oppure puoi telefonare alla struttura privata convenzionata a godega sant’urbano, telefoni prenoti ti dicono a che ora andare tu vai e in dieci minuti hai fatto tutto. si paga uguale.

e allora niente, sono andato a fare questi esami del sangue, sono arrivato un pelo in ritardo, che avevo una mattinata un po’ così avevo la testa da un’altra parte stavo tirando dritto fino a pordenone, fortuna che mi sono accorto per tempo, son tornato indietro, ma questa cosa ora non c’entra. e niente sono andato al bancone dell’accettazione c’era un’infermiera anche carina ho aspettato il mio turno le ho dato l’impegnativa del dottore l’ha guardata ha visto il nome, ah, il fotografo, mi ha detto.

eh sì, proprio io.

poi l’infermiera deve anche aver guardato che esami dovevo fare, del sangue, specifici, non è mica andata oltre.

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e aspettare.

volevo solo ricordarvi che tutti i problemi, le menate, i condizionamenti, le rotture di coglioni che ogni singolo giorno ci accompagnano non sono altro che dei manufatti noetici, delle pose che ci siamo costruiti un po’ alla volta, da soli o con l’aiuto degli altri, e che abbiam piazzato lì, da qualche parte dentro la nostra testa.

potrà sembrarvi incredibile ma vi garantisco che nella realtà non esistono. la realtà sarebbe quella roba che c’è fuori dalla nostra testa, il mondo.

la dimostrazione sarebbe poi questa, faccio un esempio così ci capiamo. mettiamo che io stia passeggiando per strada e mi caschi a un bel momento una tegola in testa. una tegola venuta giù da un tetto un po’ pericolante che un’amministrazione comunale, o anche una normalissima amministrazione condominiale, ha trascurato. ecco se camminando per strada mi venisse a un certo momento in testa una bella tegola e io crepassi lì all’istante con la testa rotta, son quasi sicuro che tutti i problemi, le menate, le rotture di coglioni che mi porto dietro svanirebbero all’istante. e il mondo continuerebbe a girare senza grossi sconvolgimenti.

se vi viene il sospetto che questa roba sia una banale scemata, rassicuratevi, lo è.

ma è comunque uno dei due pensieri che mi consentono di tirare avanti senza impazzire, in qualche maniera.

l’altro pensiero è che noi siamo un puntolino lì da qualche parte. e quindi, per quanto possa essere incasinata l’esistenza, fanculo.

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non ho grandi cose da scrivere qui.

l’anno appena passato me lo ricorderò perchè mi son capitate parecchie cose brutte e alcune belle.

la seconda cosa più bella che mi è successa, ho imparato a soffiarmi il naso alla maniera dei ciclisti.

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ci sentiamo poi.

siate buoni.

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punto comunque alla top five.

da un po’ di tempo a questa parte mi sono accorto che le statistiche di questo sito, del mio blog, che forse voi non lo sapete ma io qui posso vedere quante visite mi arrivano al giorno, ho notato che mi arrivano molte visite dai motori di ricerca, più del solito.

la cosa più interessante che è saltata fuori analizzando le statistiche, ho scoperto che se andate su google e cercate Donne Nude e poi guardate i risultati, alla quattordicesima voce che esce fuori ci sono io. non io io, esce questo sito qui dove siete voi adesso.

e insomma, son soddisfazioni.

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la tattica dell’opossum.

l’opossum è un piccolo predatore marsupiale originario della virginia, in america. ha un bel muso simpatico, un grosso sorcio. ma non è un sorcio, un roditore, no. è un marsupiale l’ho appena detto. è un predatore e in quanto tale gli capita ogni tanto di cacciarsi nei guai. alla bisogna si difende, se attaccato, con unghie e denti ma più spesso, quando si vede a mal partito, si finge morto e aspetta che il pericolo sia passato. tuttalpiù approfitta dell’attimo di distrazione del suo avversario per darsi alla fuga.
attraverso la sorpresa e una finta arrendevolezza, l’opossum si dimostra fine stratega maestro delle arti della dissimulazione.

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l’uomo perfetto.

è stato un fine settimana rocambolesco, tanto per cambiare, ed è successo ad un certo punto domenica sera che ci siam trovati qui in studio che eravamo io il mio socio e altri due amici intervenuti per dare una mano. era quel momento che si era fermato tutto, avevam finito di fare le cose che dovevamo fare, stavamo tirando il fiato prima di staccare corrente chiudere lo studio andare a berci una birra. e visto che sempre di lavoro non si può parlare, ad un certo punto il discorso è virato per un attimo sull’argomento figa. che non si sa come mai, sarà questo clima marzolino, sembra quasi d’essere in primavera c’è tutte delle cose strane nell’aria e ad un certo punto il mio socio ha detto sì comunque più vado avanti più ho l’impressione quasi la certezza che tutte le donne con cui ho a che fare non ce ne sia una sana di mente.

eh, perchè noi invece, gli ho detto io.

noi cosa?

no dico, noi qua che passiamo i finesettimana a lavorar come degli stupidi a farci un mazzo così a non aver tempo per noi e per la gente che abbiamo intorno e almeno fossimo diventati ricchi sfondati invece siam qua a controllare se nel portafoglio abbiamo abbastanza monetine per andare a finire sta domenica di merda con una birra e un panino, noi invece siamo normali di testa, siamo il sogno di ogni donna libera, vero?

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per i fotografi professionisti.

oggi tanto per cambiare non sono incazzato con i fotografini quelli finti senza partita iva che lavorano a niente pur di poter raccontare agli amici al bar che loro, nella vita, fanno i fotografi.

oggi ho dei problemi da risolvere invece coi professionisti, quelli con la partita iva. a voi mi rivolgo e vi chiedo, perchè tanto lo so che venite qui a leggere le fesserie che scrivo, da voi voglio sapere cosa ne avete fatto dei diritti di utilizzo. li avrete mica nascosti da qualche parte insieme alla vostra dignità? lo chiedo perchè nei miei preventivi c’è sempre scritto da qualche parte che i diritti di utilizzo sulle immagini li cedo per tot anni e per ben determinati usi. mica che ci possono fare tutto quel che gli passa per la testa per sempre.

questa è una breve lista delle cose che mi sento dire dai clienti ormai giornalmente:

i diritti d’utilizzo? cosa sono? gli altri fotografi non mi hanno mai chiesto nulla di simile. le foto le pago quindi sono mie ci voglio fare tutto quello che voglio. e quanto mi costerebbe tra tot anni rinnovare ed estendere i diritti d’utilizzo? (risposta: e chi lo sa quanto sarà aumentata la benzina tra tot anni?) eh ma non siamo mica a milano, qui da noi i diritti d’utilizzo non si chiedono. gli altri fotografi i diritti d’utilizzo non li chiedono, se vuoi lavorare non li devi chiedere neanche tu. eh sì il preventivo l’ho visto, va molto bene, ma questa cosa sui diritti d’utilizzo potrebbe influire negativamente in maniera determinante.

queste son le più simpatiche, poi se volete continuo.
ora, cari colleghi, posso anche esser disposto a trentacinque anni a far finta di essere scemo e di figurare come quello giovane che si affaccia ingenuamente sul mercato. ma portarmi sulle spalle il retaggio del vostro modo brutto di fare i professionisti è tanto pesante. io ci provo ad essere onesto, a lavorare a cifre di mercato ragionevoli, a non fare concorrenza sleale, e in questo mestiere ci ho investito tutta la mia vita da quando ho potuto iniziare a investire del mio sulla mia vita. ma non posso essere responsabile del fatto che voi, per lavorare, per portarvi a casa i vostri dannatissimi clienti, per vincere le vostre guerre tra poveri, abbiate abbassato le braghe e vi siate fatti infilare nel didietro ma porcocane lasciam stare che se no divento pesante.

vi auguro ogni bene, continuate così.

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una cosa che volevo raccontare qui.

qualche mese fa eravamo in un’azienda a fare delle riprese video, stavamo gironzolando nel capannone nei reparti di produzione ad un certo punto siam capitati su una parete c’erano appese parecchie foto di donne nude. non roba pornografica, più del genere calendario per camionisti.

e la titolare dell’azienda che era lì con noi quando si è accorta che ci abbiam fatto caso, alle donne nude, col tono un po’ di chi si vergogna ha detto eh quello è l’angolo di tarzan.
tarzan?
sì, tarzan. mio padre lo chiama così. è uno dei nostri dipendenti, ha tanta passione per le donne.
è comprensibile, ho detto io, in certe officine ho visto anche di peggio.
lo so, mi ha detto la titolare. solo che magari può dar fastidio. un po’ di tempo fa un altro dei nostri dipendenti, che non è di qua, è musulmano, ad un bel momento si è arrabbiato è andato lì da tarzan e gli ha chiesto di tirarle via dal muro, che non era rispettoso. e sai cosa gli ha risposto? aziz – non mi ricordo se si chiamava aziz, facciam finta che si chiamava aziz il dipendente musulmano – senti aziz, io son mai venuto a romperti le scatole per la tua religione? no. ti ho sempre portato rispetto vero? ecco, vedi aziz, ha detto indicando con un ampio gesto del braccio il muro pieno di donne nude, questa qui è la mia, di religione.

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questioni di stile.

poi la smetto, altrimenti sembra che son partito per la tangente, con la questione bici, sembro un invasato, non vorrei.

volevo però dire questa cosa, che ho fatto dei giri lunghi con la bici, lo scorso finesettimana. lunghi per me che non sono abituato, dei giretti da settanta chilometri su e giù per le colline qui intorno. e allora, niente, ho incrociato altre persone che giravano anche loro in bici.

mi guardavano tutti.

all’inizio mi è venuto il dubbio che dovevo salutare. e mi veniva anche spontaneo. anche quando si cammina in montagna, che è una cosa che faccio spesso, quando si incontra qualcuno lungo i sentieri ci si saluta sempre. e poi anche a girare in moto, tra motociclisti, ci si saluta. e anche la macchina che ho comprato, è una macchina un po’ particolare, dopo poco che ce l’avevo ho scoperto che tra possessori di quell’auto quando ci si incrocia è usanza fare grandi sfanalate e sbracciamenti.

allora, dopo un po’ che la gente che incrociavo in bici mi guardava, ho provato a salutarne un paio. non mi han mica risalutato.

e continuavano a guardarmi, gli altri ciclisti. e a farci caso, mi guardavano anche un po’ male. non capivo perchè. poi ci ho pensato, forse ho capito. era perchè andavo in bici vestito male. braghe lunghe, la solita felpa col cappuccio. invece gli altri erano in giro tutti col casco, la tuta tecnica, le scarpette con gli attacchi rapidi. e insomma, gli sembravo strano, mi guardavano come si guardano i poveri sfigati.

allora, così al primo impatto, dopo tanti anni che non vado in giro in bici, mi son fatto questa idea qui, che i ciclisti son delle merde.

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sulla crisi dei quarantanni.

un paio di giorni fa c’era qui in studio un mio amico molto amico, aveva una brutta giornata ci siam messi a parlare gli giravano i maroni che fa fatica a relazionarsi col mondo. la parola giusta sarebbe depressione, ma siccome è una parola che proprio non sopporto, vorrei evitare di usarla.

e ad un certo punto gli chiedevo ma stai male perchè giran pochi soldi? no, mi diceva lui, i soldi che ho van bene così, perchè tanto anche se ne avessi di più cosa ci farei? ogni mese troverei il modo per spenderli in oggetti inutili, una volta il cellulare, una volta la moto, una volta qualcos’altro, anche ad aver più soldi finirei soltanto per attorniarmi di oggetti inutili comprati per placare un’insoddisfazione momentanea. ma sai cosa? prima o poi mi ritroverei comunque infelice.

stava messo male il mio amico un paio di giorni fa. poi ieri l’ho rivisto, stava meglio.

e io invece è da una vita che vivo così. non che abbia tanti soldi da spendere in oggetti inutili e costosi, magari. ho sempre avuto una predilezione per gli oggetti inutili e poco costosi. che poi son comunque tanto costosi rispetto alle disponibilità, ma insomma si fa quel che si può.

il rischio è sempre quello di diventare come i quarantenni che hanno la crisi dei quarant’anni, arrivano ad un punto che con la moglie scopano poco, il lavoro non gli dà più soddisfazione, frequentano sempre la stessa gente e si annoiano, vorrebbero saltare addosso a una ventenne ma han paura di combinar casini meglio se non lo fanno, e per evitare di impazzire comprano una bicicletta da cinquemila euro. poi la usano tre volte, si rendono conto che non hanno più il fisico e la bici rimane in garage. e così in qualche maniera han superato la crisi dei quarant’anni. se anzichè comprar la bici si scopano invece la ventenne, stesso risultato, dopo un po’ si accorgono che non hanno più il fisico e se non si sono fatti scoprire dalla moglie la crisi è ugualmente superata.

per quel che mi riguarda, per sopperire a delle mancanze affettive e per evitare di affrontare le mie scarse capacità di relazione con il mondo esterno mi attornio di oggetti. c’è di buono solo una cosa, che ogni volta che lo faccio mi ci appassiono e adotto un approccio attivo. tecnicamente parlando, smonto e rimonto tutto quanto. credo che sia l’unica cosa che mi ha sempre salvato dal sentirmi un quarantenne in crisi. poi periodicamente mi accorgo che sono infelice, ma è una cosa con la quale ho imparato a convivere.

ultimamente, per dire, mi è tornato in auge il concetto di bicicletta. dopo un’adolescenza passata a pedalare con tanto vigore e passione fino all’arrivo del ciao piaggio comprato a ventanni, e dopo un periodo di spostamenti a motore durato quindicianni, mi sono accorto che da un po’ di tempo a questa parte lavoro a quattro chilometri da casa, e per quanto mi piaccia tantissimo guidare la mia macchina che fa parte degli oggetti inutili che ho comprato alla quale mi sono approcciato attivamente smontandola e rimontandola più volte, ho pensato che sarebbe una cosa buona rimettermi a pedalare. così magari ne approfitto per smetter davvero di fumare e per muovermi un po’, che ad una certa età fa solo bene. metti mai che capiti di finire a letto con una ventenne.

e allora niente, nell’ultimo mese ho comprato i pezzi che mi servivano, ho messo insieme una bici ho iniziato a pedalare. non va neanche male, pensavo peggio, pensavo di lasciarmi morire in un fosso dopo la prima salita, e invece mi sembra che tutti quegli anni di bicicletta adolescenziale a qualcosa sian serviti.

poi settimana scorsa son passato al negozio di biciclette qui davanti, mi servivano le fasce da metter sul manubrio e una pompa col manometro, mentre ero lì che aspettavo il commesso stavo gironzolando per il negozio, mi sono avvicinato a una bici da corsa in esposizione.
non una qualsiasi. una per quarantenni in crisi, tutta in carbonio e lega leggera, roba da cinquemila euro come ridere. e siccome le mani in tasca non so tenerle ho provato a sollevarla. vi è mai capitato di dover tirare su un secchio da terra, siete convinti che sia pieno e pesante e quindi nel sollevarlo ci mettete la forza che ci mettereste per sollevare un secchio pieno, poi invece non vi eravate accorti che il secchio era vuoto, e nel sollevarlo con la forza che ci avete messo ci rimanete di merda per un brevissimo istante? ecco, nel sollevare la bici per quarantenni in crisi ho provato quella sensazione lì.

ho comprato le cose che mi servivano, sono uscito dal negozio che mi sentivo un poveraccio, ho provato invidia, che ho pensato dev’esser bello aver cinquemila euro da spendere per una bici dove non serve poi sistemare nulla, è perfetta così, basta che entri in negozio, la compri con la carta di credito, te la metti sotto il culo e sei pronto per andarci in giro pedalando su una cosa che non pesa niente, senza far fatica. dev’esser proprio bello piacerebbe anche a me. poi però subito dopo ho pensato delle altre cose. che intanto a comprare una bici da cinquemila euro son capaci tutti basta avere soldi da buttare, poi non devi metterci le mani e se ce le metti rischi solo di far dei danni, vuoi mettere quanto è più bello imparare qualcosa documentarti prender pezzi vecchi sistemarli metterli insieme rompere qualcosa ricomprare i pezzi sgrassare oliare sporcarti le mani sentirti più uomo nel momento in cui hai le mani sporche avere il tempo di un mese per mettere insieme una bici pensare a quanto sarà bella quando sarà finita e poi quando sarà finita renderti conto che pesa molto più di una bici in carbonio e che magari non ti lasci morire nel fosso dopo la prima salita ma ci manca poco.

che certe volte nella vita è anche bello far fatica, sporcarsi le mani, innamorarsi degli oggetti e passarci del tempo insieme.
e fare pace con la propria infelicità.

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che a stare tranquilli ci si annoia.

seconda notte in ospedale. han ricoverato la ozy. a me piacerebbe ogni tanto avere un po’ di tempo senza pensieri per la testa. giusto per levarmi la curiosità di sapere che effetto fa.

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due foto poi però non ce la faccio.

oggi è lunedì, tra venerdì sera e domenica ho scattato due foto, niente di particolare, ma avevo pensato di usarle a corredo di due cose che volevo scrivere qui. la prima riguardava le feste, era tutto un discorso volevo dire che le feste che facevamo ai tempi delle scuole medie nella sala dell’oratorio con la gazzosa e la coca cola e le patatine e lo stereone portato da casa che suonava forte a ripensarci col senno di poi ci sembran magari brutte, poi però invece le feste che facciamo anche dopo, da grandi, son tutte un ripetersi delle feste delle medie, solo un po’ più ricche e sfarzose. e allora vuol dire che le feste si devono fare così cosa volete che vi dica. l’altra foto è una bella ammucchiata di insetti, mi serviva per raccontare un’altra storia.

Solo che poi questa notte è stata molto male la ozy siam finiti al pronto soccorso fino alle cinque del mattino, non ho tanta voglia di scrivere, è andata così.

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come va?

io lo so che poi mi prendon per il culo, a scriver ste cose, che mi dicono che faccio il postadolescente a trentacinque anni, però ci son delle volte quando piove che se non c ‘era kotzen si faceva molta più fatica, a tirare avanti.


se sei triste ti manca l’allegria vuoi scacciare la malinconia.

orsù pagatemi ste fatture che son stufo di andare in giro povero mentre voi vi tenete in tasca i miei soldi.


ufficio oggetti smarriti.

sono un paio di settimane che lavoro al mio computer in studio ogni tanto guardo sul desktop tra le varie cartelle il disastro che ho sul desktop, neanche tanto disastro devo dire ci son stati periodi peggiori, c’è questa cartella si chiama photoshop grecia. e son due settimane che mi capita di vederla lì, magari son di più di due settimane magari di meno non lo so, però c’è questa cartella che si chiama photoshop grecia sul mio desktop. e ogni volta che la guardo penso ma chissà cosa c’è dentro. che in grecia non ci vado saran dieci anni, chissà cosa contiene. solo che poi ho sempre delle cose da fare son sempre di corsa mi suona il telefono mi chiamano di là ci son degli scatti da fare, poi mi dimentico non l’ho mai aperta questa cartella photoshop grecia chissà cosa contiene.

questa mattina sono arrivato in studio un po’ prima del solito ho acceso il computer stavo per guardar la posta mi è capitata davanti agli occhi sul desktop questa cartella photoshop grecia. e apriamola, ho pensato. vediamo cosa c’è dentro.

c’è dentro una dozzina di foto così di gente infangata. io non so chi siano queste persone. non so chi abbia scattato queste foto, non so come siano capitate qui.

e insomma, son tanto infangati.

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corso online di fotografia applicata pt.III

sono andato in piazza a treviso ieri sera c’era uno spettacolo di marco paolini con mario brunello in quartetto d’archi. scusate il ritardo, si chiamava lo spettacolo.

se non sapete chi è marco paolini chi è mario brunello non è che posso sempre star qui a spiegarvi le cose, fatevi una cortesia e andate a documentarvi.

dicevo, tutto bello, paolini dopo diciotto anni che gli voglio molto bene comincia a stufarmi un pochino, la seconda parte delle robe che ha raccontato, che raccontava dello spettacolo di carmelo bene con la birra scura e il guttalax la sapevo già a memoria, ma fa niente gli voglio bene lo stesso. mario brunello che invece non l’ho mai incrociato più di tanto, purtroppo, per via del fatto che non mi era mai capitata l’occasione, ha aperto la serata con un pezzo suo, ha messo apposto tutti. una cosa grande.

ma volevo parlare di un’altra cosa. i fotografi.

che quando ho iniziato a fotografare mi capitava di andare molto spesso a fotografare eventi, concerti, spettacoli teatrali. ora un po’ meno mi chiamano in teatro tre o quattro volte all’anno. anche se la fotografia di spettacolo è una cosa che mi piace moltissimo, vorrei farne di più, ma ora non c’entra. quello che volevo dire, c’è sempre stata una regola non scritta, dice la regola non scritta che i fotografi accreditati, e solo quelli, posson stare sotto il palco a gironzolare e fotografare per dieci minuti dall’inizio della faccenda. e poi fuori dai coglioni.

che la gente dovrebbe aver diritto di veder quel che deve vedere senza i fotografi che si agitano brandendo vistosamente il settantaduecento.
e ancor di più, quelli che stan sul palco a fare il loro mestiere dovrebbero avere il diritto di fare il loro mestiere senza aver questi dieci scassapalle che gli girano davanti e dietro in continuazione. e che fotografano col flash, per dio.

da un po’ di tempo a questa parte invece è sempre peggio. mi ricordo una volta al deposito giordani a pordenone a sentire il teatro degli orrori, c’erano i fotografini arrampicati ovunque. due settimane fa al bianconiglio a sentire i cyborgs c’eran due stronzi che in un’ora di concerto avran scattato duemila foto. tutte uguali, penso, visto che i cyborgs sul palco si muovono al pari dei gatti di marmo. ma mica solo quelle volte lì, è una cosa oscena ovunque sempre da tutte le parti, mi viene un nervoso.

una roba che dico sempre ai miei corsisti, e preparatevi che tra poco i corsi ricominciano, verso la fine del corso io lo dico a tutti con queste precise parole: sappiate che mi capita di uscir di casa, di andare a teatro, ai concerti. sembro tanto buono ma dentro son cattivo. e voi che avete fatto il corso se vi trovo in giro vi riconosco, siete avvisati. se vi becco a un concerto a fotografare col flash, o se peggio ancora vi trovo a teatro che fotografate e non avete tolto il bip bip che fa bip bip ogni volta che mettete a fuoco, a me non me ne frega un tubo se siete abusivi, se siete professionisti, se avete la partita iva oppure no. io se vi becco a teatro a un concerto con il flash e col bip bip vengo lì vi prendo per un orecchio e vi faccio fare il giro della piazza a calci nel culo.

che brutto umore che ho addosso anche oggi.

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big in japan.

ho un umore in questi giorni.

ho i vestiti, non ho la faccia. ho il pane, non ho il burro. ho la finestra, non ho lo scuro.

ma in giappone sono alto, in giappone sono alto, in giappone sono alto.

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poi uno finisce le parole.

ci volevo scrivere delle parole, su questa foto che ho scattato l’altro giorno. eran delle cose anche interessanti, riguardavano la fotografia, la sua manipolazione, e altre faccende che mi girano nella testa. però poi no.

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la mia fama non mi precede.

allora, niente, ieri ero a bergamo a trovare i miei c’era anche mia sorella col moroso stanno insieme ormai da un po’. mentre stavamo pranzando è saltato fuori un bel discorso. che lui, il moroso di mia sorella quando ancora non era, il moroso di mia sorella, c’è stato quel periodo in cui la baccagliava cercava di sedurla. una sera ha tirato fuori la chitarra ha iniziato a cantarle una canzone, ha detto questa canzone l’ho scritta io per te. e a sentire questa canzone mia sorella si è messa anche a ridere. stando al racconto che è saltato fuori ieri a pranzo a casa dei miei genitori a bergamo.

si è messa a ridere, mia sorella, quella volta che lui nel baccagliarla le ha suonato questa sua canzone, per via del fatto che questa canzone che lui le ha suonato è bensì una canzone che ho scritto io quando avevo diciassette anni, a quei tempi ero il chitarrista di una giovane ska band che ha avuto un periodo di discreta fortuna giravamo a suonare per l’italia abbiamo inciso dei dischi era un bel periodo.
ed essendo lui originario, così come peraltro la mia famiglia, della sicilia, una di queste mie fatiche discografiche era arrivata a suo tempo fin laggiù.

mi sembrava una cosa interessante da raccontare qua. nella foto originale dell’epoca io sono il terzo da destra e sì, avevo ancora dei capelli, oltre che la capacità di scrivere canzoni che fanno innamorare le persone.

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son fortune.

ci son delle volte, a sentir dire delle cose che mi tocca star lì a sentirle dire, penso che se sono ancora vivo è perchè casa mia sta al piano terra.


il mio primo disco.

da piccolo ascoltavo tanta musica. i miei genitori non è che sian stati mai particolarmente appassionati, la musica che girava per casa era poca e cattiva. gianni morandi che duettava con lucio dalla, i ricchi e poveri, toto cotugno, rita pavone, cristina d’avena e il bimbomix, prendevo un po’ quel che passava il convento.

poi son diventato grandicello, in televisione c’era maurizio seymandi con la superclassifica show.

il mio primo disco, quando ho potuto iniziare a decidere che musica ascoltare, è stato but seriously di phil collins. avevo undici anni, mi piaceva da matti.

l’altro ieri mattina mi son svegliato con la radiosveglia era su virginradio, è partita working on a dream di springsteen, ma springsteen non mi è mai piaciuto l’ho già detto in altre occasioni, mi son girato dall’altra parte e dopo springsteen dalla radiosveglia è uscita i wish it would rain down. che a undici anni le canzoni in inglese non capivo un granchè di quel che dicevano, adesso sì, però ho il dubbio che già a undici anni dovevo avere i miei bei giramenti di coglioni perchè questo pezzo era quello che mi piaceva di più in tutto il disco.