Ultima

son fortune.

ci son delle volte, a sentir dire delle cose che mi tocca star lì a sentirle dire, penso che se sono ancora vivo è perchè casa mia sta al piano terra.

il mio primo disco.

da piccolo ascoltavo tanta musica. i miei genitori non è che sian stati mai particolarmente appassionati, la musica che girava per casa era poca e cattiva. gianni morandi che duettava con lucio dalla, i ricchi e poveri, toto cotugno, rita pavone, cristina d’avena e il bimbomix, prendevo un po’ quel che passava il convento.

poi son diventato grandicello, in televisione c’era maurizio seymandi con la superclassifica show.

il mio primo disco, quando ho potuto iniziare a decidere che musica ascoltare, è stato but seriously di phil collins. avevo undici anni, mi piaceva da matti.

l’altro ieri mattina mi son svegliato con la radiosveglia era su virginradio, è partita working on a dream di springsteen, ma springsteen non mi è mai piaciuto l’ho già detto in altre occasioni, mi son girato dall’altra parte e dopo springsteen dalla radiosveglia è uscita i wish it would rain down. che a undici anni le canzoni in inglese non capivo un granchè di quel che dicevano, adesso sì, però ho il dubbio che già a undici anni dovevo avere i miei bei giramenti di coglioni perchè questo pezzo era quello che mi piaceva di più in tutto il disco.

tirare la carretta.

ho un pensiero che continua a tormentarmi, per favore, qualcuno mi dica cosa sta succedendo qui.

quali sono le unità di misura? come si fa a fare della ginnastica spirituale? come si fa a fare qualcosa di buono e come si fa a sapere che lo si sta facendo? siamo nel duemilaetredici e ancora ci concediamo il lusso di scegliere tra l’abnegazione dell’io nei guai degli altri visitando carcerati piantando alberi fondando colonie per malati terminali e cani abbandonati accudendo bambini preoccupandoci della globalizzazione, o l’abnegazione dell’io in uno di quegli involucri globali confezionati millenni fa da vecchietti profeti a cui il cielo bisbigliava in un orecchio, oppure ancora ci permettiamo di nasconderci dietro un –ismo.

e tutti gli –ismi non sono altro che aggeggi cerebrali che forniscono una risposta facile facile in ogni situazione, dei riempitivi.

ci tocca tirare la carretta tutti i santi giorni, soli soletti, con il peso crescente di delusioni assortite e cose-che-non-hanno-senso e poi ancora cose-che-non-hanno-funzionato, e all’orizzonte non appare mai niente.

alla fine tutti i manufatti emotivi, le nostre risoluzioni, le sicurezze, le grazie, le cornici dei dogma, tutte le pose assunte dalla mente non sono altro che la formica (per la precisione una della specie zacryptocerus soldato) che dichiara cazzo se sono una dura, mentre su di lei cala uno scarpone.

nella mia vita avrei voluto fare più bene. mi sacrificherei volentieri per spargere un minimo di redenzione sugli altri. offrire alla gente un riparo dai venditori di assicurazioni e altre calamità di questo secolo.

e poi ho in testa anche un altro pensiero. che dovrei imparare a distinguere tra le cose che hanno valore e quelle che possono essere attuate. imparare che l’unica soluzione di un problema molto difficile consiste nel lasciarlo perdere.

il segno di una resa invincibile pt.XI

e poi dicono che non ci sono i soldi. dieci di sera, padova-dolo in sei minuti, incrociati otto suv e due porsche.

dolo-porto marghera, tre minuti. e mezzo minuto perso al semaforo di mira. corpi neri in offerta speciale che agitano gambe chilometriche dove le strade non hanno un nome e al bar una radiolina che gracchia canzoni, invadendo l’aria insieme all’aroma del caffè d’inizio turno, dove piccoli uomini si muovono verso l’orizzonte metallico illuminato al neon del petrolchimico.

supero due vecchi autobus lenti e vuoti, quelli arancioni dei viaggi verso la scuola, pieni di sogni scaduti, buoni allora per amplificare la solitudine e mitizzare il volto di una sconosciuta, perfetti per consumare l’adrenalina del primo appuntamento e trattenere le lacrime del primo addio.

I’m drivin’ a stolen car / down on the eldrige avenue.
mi sento come i  protagonisti  delle vecchie canzoni di springsteen, che neanche mi è mai piaciuto.
aspetto sempre che mi prendano / ma non accade mai.

allora, calma, ripartiamo daccapo. ho letto donna moderna, grazia, io donna e pure marie claire.
gli oroscopi non li guardo, ma i test per scoprire che genere d’uomo cercano le donne, quelli li ho fatti tutti.
bello, interessante ma umile, che dia sicurezza ma che sappia essere un bambinone, macho ma sensibile, lavoratore ambizioso e casalingo provetto, intellettuale ma anche selvaggio.

mi è venuto il sospetto che quest’uomo non esista. ma tenendo conto che nella vita ho compiuto un mare di errori, preferisco accettare il mio fallimento.
lui esiste, sono io che sbaglio, che continuo ad essere il mio autoritratto in bianco e nero.
e allora ci vuol pazienza.

 

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no news good news

non succede niente. da giorni. il niente mi stanca moltissimo.

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a fare una stronzata siam bravi tutti. a chiedere scusa invece no.

e allora é successo che ieri sera sono andato a un concerto a trieste suonava paul gilbert. magari non tutti lo sanno, paul gilbert é uno dei chitarristi più bravi del globo terracqueo, un punto di riferimento.
a questo concerto alla fine mi son ritrovato ad andarci da solo, che chi era a francoforte chi doveva tenere i figli chi non aveva soldi da spendere, ieri sera son partito con la mia macchina ad ogni incrocio mentre andavo via pensavo ma quasi quasi giro a destra torno verso casa cosa ci vado a fare da solo come un cretino fino a trieste, che l’ultimo disco di paul gilbert non mi è neanche piaciuto più di tanto, con quel che costa la benzina, quasi quasi giro a destra vado da maxvideo mi prendo un film e poi dritto a casa sul divano. poi all’ultimo incrocio utile ho pensato e va bene vado a trieste anche da solo mica bisogna aver sempre intorno qualcuno per stare bene.
e ho tirato dritto.
poi sono arrivato a trieste era già un po’ tardi ho fatto un giro veloce intorno alla via ghega a cercare un parcheggio, trieste sarà anche una bella città col suo mare e i suoi bolliti col kren, ma parcheggiar la macchina a trieste intorno alla via ghega, trieste è brutta quasi come milano. era un po’ tardi mi sono infilato dentro il parcheggio a pagamento della stazione, che è poi uno di quei parcheggi a più piani ho lasciato la macchina al secondo piano ho cercato l’uscita per tornar fuori c’era la porta che dava sulle scale l’ho aperta c’erano due zingari per terra col sacco a pelo che dormivano ho aperto la porta si son svegliati di colpo  han tirato un urlo si son spaventati mi son spaventato pure io. scusate, ho detto, e li ho scavalcati nei loro sacchi a pelo. poi scendevo le scale a metà rampa un’altra famiglia di zingari, dico zingari non lo so se eran zingari, avevan la faccia un po’ come da zingari ma magari non erano, zingari. anche loro con un materassino, delle coperte, dormivano lì. scusate, e son passato sopra anche a loro cercando di non calpestargli troppo il materasso, poi son sceso in fondo alle scale, un barbone anche lui col suo sacco a pelo, dico barbone, aveva la barba molto lunga, mi ha ha chiesto una sigaretta, non ce l’avevo. buona sera mi ha detto. buona sera anche a lei. e son venuto fuori dal parcheggio sono andato al teatro dove suonava paul gilbert, pagato il biglietto, il tempo di andare a pisciare e ha iniziato a suonare.
e niente ha suonato, io ero un po’ in fondo ad un certo punto stava suonando lì sul palco l’ho visto che si è chinato di scatto ha tirato via dalle mani qualcosa a uno del pubblico e l’ha tirato dietro le quinte con la faccia un po’ incazzata. io ero un bel po’ dietro, da lì mi era sembrato che avesse tirato via dalle mani da quello del pubblico un telefonino, per poi lanciarlo dietro le quinte.
che mi è venuto da pensare ma che cazzo fa? mica gli saran girate le balle perchè uno lo stava fotografando o riprendendo e gli ha lanciato via il telefonino? sarà la maniera? e mi sembrava strano, perchè di chitarristi bravi famosi e stronzi incagabili è piena la storia del rocchenroll, ma paul gilbert no. che non ci ho mai cenato insieme ma insomma a vederlo così da tutti gli anni che lo vedo ero proprio convinto fosse una bella persona.
ed è andato avanti a suonare un paio di pezzi e vedevo che faceva di tutto per non guardare in basso la prima fila. poi si è fermato ha parlato al microfono ha chiesto scusa. insomma ha detto guarda scusami che prima ti ho lanciato il telefonino dietro il palco, ho fatto una stronzata solo che son fatto un po’ all’antica mi piace suonare davanti a della gente e guardarla in faccia tu eri qua sotto che mi riprendevi da mezz’ora con sto cellulare piantato davanti non ne potevo più scusami, dopo te lo vado a prendere e te lo ridò, mi spiace.
poi alla fine il concerto è finito son venuto fuori dal teatro son tornato a prendere la macchina al parcheggio, per non disturbare nessuno anzichè salire dalle scale che eran piene di gente che dormiva sono venuto su dalla rampa dove salgono le macchine son ripartito.
solo, non avevo voglia di prendere l’autostrada, che da quando ho cambiato macchina ho riscoperto il piacere della guida, prendere le autostrade mi infastidisce, ero da solo era mezzanotte e mezza, non mi aspettava nessuno avevo un umore un po’ strano ho acceso il navigatore gli ho chiesto di portarmi a casa evitando le strade a pedaggio son partito.
e avevo appunto un umore un po’ così, guidavo, la radio a volume basso, pensavo ai miei pensieri, seguivo le indicazioni del navigatore ad un certo punto ero preso da questi pensieri anche non tanto belli mi son trovato fermo a un semaforo e mi sono accorto che lo conoscevo, quel semaforo.
un semaforo che non ci capitavo da degli anni, e degli anni fa a quel semaforo di latisana ci ho passato uno dei periodi più brutti della mia vita.
e niente, di trovarmi fermo a quel semaforo ieri notte verso le due del mattino, che non me l’aspettavo, mi si è schiantato il cuore.

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poi dicono l’impotenza.

non ho mai tempo per scrivere lo so mi dispiace, i lettori affezionati che venivan qui costantemente a veder cosa scrivevo, mi sa che li ho un po’ delusi, fa niente.
è che lo studio love mi sta impegnando parecchio la testa, poi ci sono delle nuove mirabolanti avventure io non so come andranno le cose, sta di fatto che la testa ce l’ho tutta concentrata qui dentro, scrivere sul blog ultimamente faccio fatica.
comunque.
c’è una cosa, volevo scriverla già settimana scorsa, poi non ho avuto il tempo, la scrivo adesso, settimana scorsa mi son fermato a dormire a pordenone dai genitori della signorina, la mattina che ci siam svegliati la signorina aveva da fare un lavoro in fiera a pordenone io dovevo tornare invece in studio le ho detto dai che ti do un passaggio fino in fiera, abbiam preso su la mia macchinina, siamo andati.
solo poi dopo andare in fiera tutto un traffico, le macchine ferme, si deve passare anche davanti la stazione dei treni per andare in fiera eravamo lì in macchina fermi in coda vicino la stazione dei treni ad un certo punto da un suv fermo davanti a noi dal lato passeggero è scesa una ragazza è partita a piedi. dopo due secondi, un’audi in coda a fianco alla mia, un’altra ragazza dal lato passeggero è scesa, è partita a piedi. dopo un attimo anche da una mercedes davanti, stessa cosa, un’altra ragazza partita. andavano in stazione, che magari perdevano il treno, ferme in coda non arrivavano più, son partite a piedi, mi è venuta su una tristezza, per quei poveri uomini piantati là in mezzo al traffico sui loro macchinoni,  mi sono immedesimato devono aver fatto tutti e tre un pensiero del tipo guarda qua con tutto quel che ho speso per comprare il macchinone non riesco neanche a portar la mia donna fino in stazione non servo a niente qui da solo in mezzo al traffico che vita infame. che io mi sono immedesimato, secondo me dentro i loro macchinoni stavano facendo questo pensiero tutti e tre, poveracci, mi dispiaceva. e ho anche detto alla signorina guarda lì, poveretti, tutti i soldi che han speso per il macchinone, non riescono neanche a portar la loro donna fino in stazione chissà come si sentono inutili. eh. poi si è smollata la coda siam ripartiti siamo andati avanti un po’, la signorina mi diceva che ore sono? siamo in ritardo? e io no tranquilla che ce la facciamo. e invece poco più avanti c’era un vigile avevan deviato la strada non si poteva più andar via dritti verso la fiera deviavano il traffico, e a far quella deviazione si doveva poi fare un giro più lungo per arrivare in fiera, con la signorina ci siam guardati, mi ha detto eh fermati qua che scendo, vado giù a piedi, se non non arrivo più. mi ha dato un bacio è scesa, è partita a piedi.

due riflessioni molto serie.

dicono che la gente non cambia mai. secondo me la gente migliora col tempo.

mi sono accorto ieri, una volta quando mi capitava di accompagnare in stazione una signorina che doveva partire la accompagnavo al binario poi stavo lì con lei ad aspettare poi lei saliva sul treno che era arrivato e io rimanevo lì giù a guardar lei che trovava posto si sedeva e poi stavamo a guardarci finchè non partiva poi andavo via.

e invece, adesso, mi sono accorto ieri, a portare una signorina in stazione son stato lì con lei al binario ad aspettare un treno che poi arrivava e lei montava su. e io le dicevo ciao e andavo via subito.

tagliata via tutta la parte dello stare lì giù a veder lei che trova posto si siede e guardiamoci finchè non parte il treno.

secondo me è un miglioramento.

e poi c’è questo fatto che son due settimane che ogni mattina mi sveglio nel letto, guardo la sveglia, son le quattro e trentadue. non sto scherzando, tutte le mattine da quindici giorni mi sveglio apro gli occhi ed è sempre quell’ora lì, non sgarro di un minuto. poi mi riaddormento. e secondo me è una cosa talmente fuori di testa, anche perchè non è che vado a dormire sempre alla stessa ora, son variabile. certe volte presto certe volte tardi certe volte sobrio certe volte birra. e allora, pensavo, secondo me ho di nuovo un problema coi marziani che da due settimane vengono a prendermi fanno le loro cose i loro esperimenti e poi mi scaricano a casa alle quattro e trentadue, non vedo altre spiegazioni plausibili.

poi dice lo vedi a non saper le lingue?

sabato son stato a fotografare un matrimonio, la sposa di queste parti lo sposo invece inglese di londra, con tanti invitati inglesi di londra, ho passato la giornata a spolverare il mio inglese. che a parte guardare i film in lingua originale, non mi capitava di dovere parlare inglese così tanto dai bei tempi in cui ero un fotografone che girava il mondo per lavoro. poi è arrivata la crisi, e il mondo ha continuato a girare esattamente come prima mentre io ho iniziato a girare molto meno.

e a parlare inglese tutto il giorno, mi è venuto in mente un altro fatto volevo scriverlo qui poi mi era passato di mente. che due settimane fa siamo andati io e il mio socio fotografo ad un evento organizzato da un’agenzia che ha vinto un premio anche grazie alle nostre fotografie ci hanno invitati siamo andati. c’era un po’ da annoiarsi erano tutti incartapecoriti a mangiar tramezzini e bere vino, c’era solo una ragazza molto carina molto giovane. e allora, cosa vuoi fare, io e il mio socio ci siam messi a parlare con questa ragazza molto carina molto giovane mangiar dei tramezzini bere del vino. per attaccar discorso le abbiam chiesto ma tu lavori qui in questa agenzia? no. ci lavoravo, ho fatto una work experience.

che il mio socio non sa l’inglese, io non so cos’è una work experience, le abbiam chiesto spiegaci cos’è questa work experience che non lo sappiamo.

e niente, in pratica ho fatto un’esperienza di lavoro di sei mesi, facevo un po’ di tutto, principalmente lavori di grafica.

ma dai che bello. e ti pagavano bene?

no, non mi pagavano, era una work experience.

ah. e adesso cosa fai?

adesso sto lavorando per un’altra agenzia di comunicazione, qui vicino.

e lì ti pagano.

no no. anche lì sto facendo una work experience.

e allora, gli ho poi spiegato al mio socio fotografo che non sa l’inglese, che la traduzione letterale di work experience è lavorar gratis.

game over.

allora niente, è successo che dei mesi fa mi son lasciato con una morosa molto importante, c’è stato tanto dolore, degli strascichi, la vita certe volte è cattiva.
e in questi mesi non è che son stato sempre a casa a guardare la televisione. ogni tanto son stato in giro a fare dei disastri. e a far dei disastri ci son state delle volte in cui ho portato occasionalmente a casa delle altre signorine.
di mio, nella vita, ho da sempre questa sensazione di dover rivivere ciclicamente le stesse cose, di dover ogni volta ripartire daccapo cercare di non fare di nuovo gli stessi sbagli per riuscire a passare al livello successivo. avevo scritto una roba del genere tanto tempo fa qui. che mi sembra di vivere in un videogioco e non si arriva mai alla fine.
non è una sensazione che mi piace. in genere faccio il possibile per convincermi invece del contrario. che sia sempre tutto nuovo, che non mi tocchi dover ripetere sempre le stesse cose.
solo che poi mi remano contro.
e infatti dicevo, queste signorine che occasionalmente sono entrate in casa mia han tutte detto questa frase, con piccole varianti sul tema, ma sempre la stessa.
ah, ma guarda che casa pulita, guadagni punti!
oppure
ma sai anche cucinare? che bravo, guadagni punti!
oppure
e questa? è la tua moto? che bella, stai proprio guadagnando punti.

ecco, volevo dire, e l’ho detto anche alle signorine ogni volta che se ne uscivano con queste frasi, guarda che vorrei semplicemente scopare, non giocare a tetris e tirar su dei punti.