ho ricevuto un segno.
allora, niente, visto che non sto tanto bene, mi son rotto una spalla sabato scorso, mi fa effettivamente un po’ male, allora posso permettermi di scrivere. che io quando sto bene, come è ormai ben noto, non scrivo quasi mai. invece adesso mi fa male la spalla, posso scrivere.
ne approfitto perchè mi è capitata una cosa degna di nota, ieri sera è successo che ero in giro con una signorina a bere una birretta, sul tardi, in un noto pub del vittoriese, eravam seduti a un tavolino fuori, ci portano le birre, due bionde medie.
mentre son lì con la signorina che chiacchieriamo amabilmente, ad un certo punto il mio bicchiere con la birra dentro, che era lì appoggiato sul tavolo tra un sorso e l’altro, ha fatto pum ed è esploso in mille pezzi.
birra dappertutto, vetro dappertutto.
ora, a parte il fatto che quando è esploso il bicchiere io mica me l’aspettavo ho fatto un salto indietro sulla seggiola mi è partita una fitta alla spalla rotta che facevo anche volentieri a meno, mi è venuto da pensare che forse c’è un’entità superiore che ha cercato di dirmi qualcosa.
che quando uno di birre ne beve tante e a un bel momento gli succede questo fatto che per quel che ne so io non capita poi così spesso che un bicchiere del pub salta per aria così senza motivo, forse è un segno premonitore del destino.
tipo quelle faccende sul karma che dicono nei telefilm, recentemente ho messo un attimo da parte scrubs mi son comprato la prima serie in dvd di my name is earl.
ad ogni modo, cosa abbia cercato di dirmi, il destino, lo ignoro.
you’ve got to hang on the trip you’re on.
sì, non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
faccio tutto il resto, però. e mi pare che venga anche discretamente.
fotografare i bordi.
ieri notte c’era una persona qui a casa mia, mi ha dato da pensare.
ha preso dall’armadio la mia macchina fotografica l’ha accesa e ha iniziato a fare degli scatti.
la osservavo, mentre fotografava, aveva un modo di cercare le inquadrature, mi ha fatto venire in mente un paio di cose che era da un po’ che non mi capitavano in testa.
una di queste cose, i bordi.
che i bordi sono l’incubo dei fotografi.
spiego. boh, non so, ci provo.
a parlare di queste cose mi torna su un po’ della passione di quando la fotografia non era ancora il mio lavoro.
allora, c’è un aspetto non sottovalutabile, chi prova a fotografare come dio comanda se ne accorge poi subito. quando ci si prepara a scattare una fotografia, nello spazio a due dimensioni del mirino gli oggetti si spingono sempre sui margini per forzare la cornice.
ci provano, quei bastardi, a fuggire dalla gabbia.
a controllare il centro non ci vuole niente, tutto ciò che si trova nell’area priva di forze che è il baricentro visuale del campo prospettico resta lì inchiodato. però poi, se ci si allontana dal centro, è come se ci fosse il big bang a spedire la realtà oltre il limite dell’immagine, fino a farla perdere nel territorio del non rappresentato.
questa fuga di senso nove volte su dieci minaccia la possibilità di riuscire a dare un significato alla fotografia che verrà scattata.
ecco, ancora adesso, dopo tanti anni e migliaia di foto scattate, soffermarmi su questa cosa riesce a mandarmi ai matti.
il fatto è che per difendere il significato, e per difendersi, i fotografi hanno da sempre una sola arma. per di più presa in prestito. il formato.
quel dannatissimo rettangolo che ci arriva dalla tradizione occidentale del quadro dipinto e che ha la responsabilità di dare ordine, contenere, dare forma a un mondo che cornici, formati, bordi non ne ha mai avuti.
da sempre, per arrivare ad avere un senso, la fotografia deve compiere necessariamente un’operazione topograficamente insensata. deve piegare l’orizzonte in quattro, chiuderlo su se stesso, delimitare uno spazio percettivo che non ha alcuna analogia con la visione dell’occhio umano e avere la faccia tosta di chiamare questa cosa rappresentazione.
quando ero piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, mio padre mi ha dato in mano la sua macchina fotografica facendomi scattare la mia prima fotografia.
le sue parole sono state guarda bene i bordi nel mirino.
da lì in poi ho iniziato a combattere la mia battaglia contro quei bordi affilati che tagliavano corpi oggetti edifici, la mia battaglia per riuscire a trattenere tutto dentro il mirino.
ma nel mondo sono proprio poche le cose disposte a lasciarsi isolare dentro un’inquadratura. il mondo è una cosa che continua. almeno quello che ho sempre vissuto e visto intorno a me.
ah, la vecchia macchina fotografica di mio papà adesso ce l’ho io.
ancora sull’evoluzionismo e la sopravvivenza.
ieri sera sono andato con ginevra a sentire erri de luca e gianmaria testa che facevano un reading.
che non si può mica sempre andare in giro a far casino, ogni tanto ce vole pure ‘n po’ de curtura.
allora, questo reading, lo facevano nel prato di una villa, un bel posto, ad un certo punto due tuoni quattro fulmini comincia a piovigginare. la gente, che era poi tanta, chi apre gli ombrelli, chi si copre la testa con le giacchette, chi stoica prende l’acqua senza batter ciglio, chi va via.
io e ginevra eravamo in prima fila su queste seggiole di plastica, attaccate una all’altra con le fascette da elettricista, facevam gli stoici.
de luca e testa vanno avanti, che loro sono al coperto. ad un certo punto sale una sul palco, la protezione civile vuole che si sospenda lo spettacolo, per motivi di sicurezza, che se smette di piovere poi si ricomincia.
quando ha cominciato a piovere, io e ginevra gli ombrelli mica ce li avevamo, io sono un cavaliere, le ho detto vuoi metterti sulla testa la mia giacca? no figurati. che pure lei in passato ha fatto gli scout, di acqua nella vita ne ha presa a litri e litri, quattro gocce mica la spaventano. poi piove un po’ più forte, il mio istinto di sopravvivenza si sveglia per un attimo, prendo l’accendino dalla tasca, sfruttando il principio della leva libero le nostre due seggiole dalle fascette da elettricista tra gli sguardi stupiti della gente intorno. prendiam su e andiamo a metterci a lato del palco, che c’è un bell’albero grande, sotto l’albero non piove, il palco lo vediam bene lo stesso. altra gente segue l’esempio, ci ritroviamo sotto l’albero in un po’.
poi appunto sospendono lo spettacolo, arriva lì uno della protezione civile ci dice oh, durante un temporale sarebbe meglio non stare sotto gli alberi, che se arriva un fulmine saltate tutti per aria, andate via di qua.
una signora anziana lì vicino a me lo guarda, gli dice beh, senta, meglio morire fulminati che bagnati, ci si mette meno, è indolore.
siam rimasti poi lì sotto l’albero, sprezzanti del pericolo. dopo un po’ ha smesso di piovere, lo spettacolo è ripreso.
senza nulla togliere ai due vecchi matti sul palco, che son meritevoli, quella signora lì è stata la cosa più bella di tutta la serata.
tirar le somme.
certe volte le cose non funzionano. certe volte qualcuno ti tratta di merda. certe volte le morose ti lasciano. certe volte ti licenziano senza un buon motivo. certe volte ti muore la gente intorno. la vita è cattiva ma non l’ho inventata io. e se vai ad aprire il diario segreto di chiunque ci trovi dentro cose anche peggiori. nel mio di sicuro. io ho una visione evoluzionista. chi è forte sopravvive facile. chi è meno forte e si lascia sopraffare soccombe. chi è meno forte e impara a tirare avanti inventandosi dei sistemi che funzionano, poi è addirittura responsabile dell’evoluzione della specie.
a stare sempre bene.
per essere felici, mi ha spiegato un mio amico qualche anno fa, serve imparare alla svelta due cose tanto importanti.
la prima: le curve bisogna farle tutte per bene, senza tagliarle.
la seconda: quando pieghi, butta dentro la spalla e porcaputtana spingi coi piedi su quelle pedane.
mi rendo conto che siano concetti ostici ai più, ma con me han sempre funzionato benissimo.
rettilario pt.II
sono un po’ di mattine, si accende la radiosveglia, apro gli occhi mi giro, c’è per terra un martello vicino al letto. che io non so da dove è spuntato fuori. se l’ho messo lì io, non saprei dire perchè e quando.
ieri, ero qui in studio, stavo parlando con uno degli allestitori, che loro se ne intendono di attrezzi per lavori manuali, gli raccontavo di questo martello che son dei giorni, mi sveglio, me lo ritrovo lì accanto al letto.
allora, questo mio amico allestitore, mi guarda, mi fa secondo me sta prendendo le misure, è meglio se durante la notte lo chiudi nel suo rettilario.
voglie strane?
ieri sera stavo tornando a casa, mi fermo a bere una birra, dentro al bar trovo uno che non vedevo da un po’ di tempo. mi vede col casco, la giacca della moto, mi fa ma come l’hai ricomprata? ma sei matto? pensavo che dopo l’incidente ti fosse passata la voglia.
eh, gli ho chiesto, tu nella vita sei mai stato male, ma male tanto per una donna?
eh sì, una volta. perchè?
male per davvero?
sì, male per davvero.
bravo. e dopo che sei stato male, ti è poi passata la voglia di figa?
no.
ecco, immaginavo. birretta?
dagli al pelato.
oggi a vittorio veneto ci son delle manifestazioni di anarchici, di black block, di nazi. non so bene. che c’è il gi otto. quando me l’han detto, che a vittorio veneto fanno il gi otto non ci volevo credere, non c’è nemmeno il mecdonald, a vittorio veneto, fanno il gi otto. comunque, son dieci giorni, in autostrada tornando dal lavoro trovo cortei di tipo venti auto della polizia, non sto esagerando, le ho contate, che scortano auto blu coi vetri scuri.
gente pelata con i basettoni le bretelle e il bomber che gira per i bed and breakfast, ce l’ha il mio amico lele, il bed and breakfast, mica racconto palle, a pasqua ero da lui, c’era pieno di nazi pelati. oggi che è sabato mi han detto che c’eran le manifestazioni dei black block degli anarchici non so bene, mi han detto ieri che la banca intesa in centro stavan mettendo su le barricate di legno sulle vetrine per evitare danni. allora, niente, io oggi ero a fare un servizio fotografico al mare, dalle parti di jesolo, son partito stamattina presto, son tornato oggi pomeriggio, ero anche vestito bene, braghe nere, camicia nera, tutto elegante che volevo fare bella figura con la cliente. arrivo al casello dell’autostrada a vittorio, che volevo tornare a casa, prima magari andavo alla coop a comprare le birre che stasera arriva il ghera se ho capito bene suoniamo da qualche parte non so ha organizzato lui una jam session, suona lui forse suono pure io, non ci ho capito ancora niente di cosa succede stasera, che io stavo lavorando ha organizzato lui, esco dall’autostrada al casello di vittorio due pattuglie della polizia mi han fermato subito.
che mi han visto pelato, con la camicia nera, mi han fermato mi han fatto scendere mi han perquisito come nei film americani mani sul tetto della fiesta, gambe larghe cosa ci fa lei qui. eh, ci abito. è da stamattina che sono in giro vorrei andare a casa abito qui a un chilometro.
documenti.
gli passo la patente, sulla patente c’è ancora la residenza vecchia di bergamo scritta davanti, la residenza nuova è scritta dietro bisogna togliere la patente dalla custodia di plastica.
non è vero. lei non abita qui. e uno tira fuori le manette.
eh, diobono, guarda dietro la patente, c’è scritto che abito qui.
ah, ha ragione.
sì, grazie, lo so.
e perchè è vestito di nero?
eh, figa, ero a lavorare, mi son vestito di nero.
che lavoro fa?
il fotografo.
mi han fatto tirare fuori dal bagagliaio la borsa delle macchine fotografiche, l’han perquisita.
uno indica il treppiede, i cavalletti gli stativi, questi sono oggetti contundenti.
no che non son contundenti, son stativi.
cosa sono?
stativi, mi servono per fotografare. oh, guardate che non ho tanta pazienza, se volete portarmi in questura facciam presto che ho un sacco di cose da fare e entro settimana prossima vi faccio mandare tutti a dirigere il traffico, altrimenti lasciatemi andare che tra poco mi arriva qui il ghera e ieri ho finito le birre devo andare a comprarle.
vada, vada.
arrivo alla coop, prendo su un carrello, entro dentro, la gente mi guarda strano.
cazzo hanno da guardare?
una mamma con la bimba piccola si tira la bimba vicino mentre sto passando, a proteggerla.
la guardo, le vado vicino, signora, stia tranquilla, gli oggetti contundenti li ho lasciati in macchina.
sorrido alla bambina.
riempio il carrello di birra pedavena, ventiquattro bottiglie da mezzo litro. ne avrei prese di più ma sullo scaffale eran solo quelle, prendo su altre due cose, vado alla cassa.
faccio la fila, la cassiera mi guarda male anche lei. deve essere una nuova, le cassiere della coop ormai le conosco tutte, ci vado sempre, alla coop.
esco fuori, pattuglia dei carabinieri.
prima quando sono entrato non c’erano. ora son qui, mi fermano col carrello mentre vado verso la macchina.
dove va lei?
eh, di nuovo? vado a casa.
e tutte quelle bottiglie?
sono per uso personale. ma non le bevo tutte in una volta, promesso. tra l’altro se le può interessare guardi qui, ho preso pure un tramezzino con la porchetta, una bottiglia di cocacola e una confezione di actimel. al cocco. il tramezzino magari lo mangio subito in macchina. vuole un actimel che glielo offro volentieri? è ottimo per ripristinare la flora batterica.
faccia poco lo spiritoso e mi faccia vedere i documenti.
e che due maroni, ecco i documenti.
la carta d’identità l’ho rinnovata da poco, c’è scritto che son residente a vittorio veneto.
intanto intorno si è fermata gente a guardare cosa succede.
e adesso dove va?
a casaaaaaa. senta, lo dico anche a lei, mi fate ripetere le cose mille volte, se volete portarmi in questura facciam presto che o un sacco di cose da fare eccetera eccetera.
vada vada.
son partito con la fiesta, la pattuglia mi ha seguito fino a casa. sono entrato dal cancello automatico, la pattuglia è andata via dritta.
a pensare che tutte ste pattuglie piene di cervelloni le pagano coi soldi delle mie tasse, un po’ ci vado via di testa.
riunione di condominio.
stappando la prima bottiglia di rosso, il presidente prende la parola.
signor segretario, a nome di tutti i condomini volevo complimentarmi con lei per la quantità di figa che abbiam visto passare da casa sua negli ultimi mesi. a lei l’onore di affettare la sopressa.
casa.
son due settimane che casa è un disastro. il divano è diventato una succursale del cesto dei panni sporchi. lo stendino nel bagno piccolo del ghera è diventato una succursale dell’armadio. in cucina ci son piatti non lavati, bottiglie di birra vuote, bollette da pagare e corrispondenza varia sul tavolo, scarpe dappertutto tranne che nella scarpiera. la tuta della moto è ancora sul divano grande. anche le chitarre, ce ne son due sulla rastrelliera, un’altra l’ho trovata nel bagno rosa, un’altra che ci ho suonato sabato scorso è ancora ferma nell’ingresso, stanotte mi son girato nel letto, ho sentito una roba dura puntata su un fianco, la stratocaster bianca, nel letto insieme a me. si vede che si sentiva sola anche lei, cercava compagnia. dovrei anche cambiar le lenzuola, tra l’altro. il tavolo del computer, appunti sparsi in giro, cd, altre bottiglie vuote. l’amplificatore della chitarra è in mezzo alla stanza, ci sbatto contro ogni mattina, mica lo tiro in parte.
che quando vado a casa dei miei amici, delle mie amiche, mi stupisco sempre che le loro case rispetto alla mia sembran più vissute, son piene di cose, anche in disordine, son belle da vedere.
solo, nelle ultime due settimane qui sta andando veramente un po’ tutto allo sfascio. ogni sera che torno dal lavoro mi guardo intorno, mi viene un senso di straniamento, mi viene l’istinto di girare i tacchi trovare qualcosa da fare fuori, tornare poi più tardi. che poi in effetti il più delle volte è così, che per fortuna c’è altro da fare fuori, e allora sto un po’ con ozy e lemmy che scodinzolano, poi doccia, poi esco.
e quando non c’è altro da far fuori, sto qua, mi guardo intorno, non ce la faccio a tirarmi su e cominciare a mettere ordine, pulire un po’. magari poi domenica pulisco, penso.
allora, ci ho fatto caso, da due settimane la mia testa è uguale a casa mia. le cose che ci son dentro son sempre le stesse di prima, solo, son tutte sparse in giro. che quando entro dentro la mia testa, mi viene un senso di straniamento, mi viene l’istinto di girare i tacchi trovare qualcosa da fare fuori.
magari poi domenica pulisco, penso.
goditela.
questa sera ho portato su dalla cantina la tuta della moto. tre anni che stava lì appesa. in un paio di occasioni mi era quasi venuta la voglia di provare a venderla, mi veniva una tristezza, ogni volta, vederla lì appesa al muro.
che ora mi sono inventato questa crisi posticcia dei trent’anni, che per sopperire a delle mancanze umane ed emotive ho fatto la minchiata di ricomprarmi la moto, devo ancora portarla a casa, vado a prenderla domani sera, già ne ho pieni i maroni di sta faccenda della moto, che mi sembra una tale scemata placare certi mostri mentali spendendo un mare di soldi con questa consapevolezza lancinante. e allora, niente, ormai siam qua che dobbiam ballare, balliamo. ho portato in casa la tuta integrale, tutta rinsecchita dura, la pelle, in alcuni punti ha iniziato anche a fare un po’ di muffa. l’ho pulita un po’, poi ho iniziato a spalmarla di nivea. la crema per le mani.
che la crema nivea non serve solo per farsi venire le mani belle e per facilitare i rapporti anali con le signorine di turno. no, la crema nivea è perfetta anche per rimettere in sesto la pelle delle tute da moto rimaste per tre anni a far polvere e muffa in cantina.
e a spalmare una tuta di crema, ci vuole un po’, uno fa in tempo a farsi venire anche un po’ di pensieri.
che l’ultima volta che l’ho avuta addosso, è stata quando mi son schiantato tre anni fa, quando son venuti a raschiarmi dall’asfalto, mi han portato con l’ambulanza al prontosoccorso mi han steso su un letto uno degli infermieri ha detto ti dobbiam togliere la tuta.
eh, gli ho detto io, toglietemela.
sei fratturato, dobbiam tagliarla con le forbici.
io avevo appena mandato in mille pezzi la moto, l’infermiere voleva pure disintegrarmi la tuta con le forbici, mi sembrava francamente un po’ troppo, gli ho detto non ci pensare nemmeno metti via quei forbicioni, ora la tuta me la togliete di dosso così com’è.
e me l’hanno poi tolta così com’era, senza tagliarla. che me l’han detto dopo le lastre, avevo tre fratture al bacino, lì per lì ancora non si sapeva cosa mi ero rotto di preciso, mentre mi levavano la tuta son stato anche bravo ho bestemmiato solo un pochino e piano, che se esageravo poi magari tiravano di nuovo fuori le forbici, non ne venivamo più fuori.
che quando uno casca in moto e non si fa niente perchè aveva su la tuta, poi gli amici motociclisti che lo vedono gli dicono eh, ti è andata bene, la tuta ti ha salvato il culo.
gli amici che venivano a trovarmi in ospedale questa cosa non potevano neanche dirmela, la mia tuta mi ha salvato tutto tranne che il culo. che le tute da moto hanno le protezioni da tutte le parti ma non sul culo. io ho sbattuto da tutte le parti culo compreso, tre fratture al bacino, due mesi poi a guardare il soffitto steso immobile su un letto. e alla fine dei due mesi, imparare di nuovo a camminare, da zero, che non ero più capace. questa cosa che a quasi trent’anni ho dovuto imparare a camminare, ogni volta che ci penso mi si apre il cuore, che mi sembra una cosa bellissima, ma ora questo discorso non c’entra.
allora, spalmavo la nivea, mi venivano questi pensieri. poi, mentre ero lì, mi arriva un messaggio di un’amica, mi chiede ma allora sei contento della moto nuova?
eh, che domande del cazzo, no che non son contento. eppure mi sembrava ben chiaro fin da quando ho iniziato a tirare in piedi tutta sta tiritera in questi giorni, riguardo la moto, che non son contento per niente.
shopping.
oggi mi è venuta fortissima la voglia di aspettare le sei, uscire dal lavoro e correre dal concessionario a comprare una moto.
il caso ha voluto che sia poi riuscito a trascinarmi fuori dalla sala posa solo verso le sette. è un periodo un po’ intenso, c’è veramente tanta roba da fotografare, oggi è andata per le lunghe.
e allora, cosa vuoi, a quel punto era tardi, son tornato dritto a casa.
ma mi è rimasto quel prurito, forte, mi sa che domani aspetto le sei esco dal lavoro e corro dal concessionario a comprarmi una moto.
quando c’è da sopperire a una mancanza umana ed emotiva, l’ego tende a suggerire l’acquisto di oggetti. e via di corsa a comprare chitarre dischi impianti stereo ad altissima fedeltà computer efficienti televisori giganteschi moto molto veloci.
mi diceva una mia amica che in fondo è normale, basta che questa cosa non diventi veramente compulsiva, e rendersi appunto conto che lo si sta facendo per premiarsi, aver coscienza dei propri disastri mentali.
io i miei disastri mentali li conosco alla perfezione, e sono anche ben cosciente del fatto che mi sto premiando per sopperire a delle mancanze umane ed emotive ogni volta che torno a casa con un’altra chitarra elettrica.
ma questa volta mi dà un fastidio enorme sapere che domani entro quest’ora conoscerò esattamente il valore in euro, fino all’ultimo centesimo, del mio disagio.
anche se potrei farne a meno, pagherò la moto a rate. così per uno o due anni, vedendo l’estratto conto, potrò ricordarmi almeno una volta al mese che sono una compulsivissima testa di cazzo esattamente come tutti gli altri.
gibox in tushioland.
a casa mia nuova ho due bagni. i doppi servizi, si dice.
il bagno presidenziale rosa che è quello che uso sempre e poi uno più piccolo che oltre al lavandino e alla tazza del cesso c’è anche la lavatrice. lo uso solo per far le lavatrici, questo bagno più piccolo.
che le prime volte che veniva il ghera a trovarmi nella casa nuova ha detto questo bagno qui è il mio.
in pratica, è come se glielo avessi intestato dal notaio, è roba sua.
è da matti, tutte le volte che ci entro dentro per far le mie lavatrici mi viene sto pensiero, penso va’ il bagno del ghera.
più tardi arriva qui che c’è da combinare dei casini anche arretrati, è da un po’ che non ci si vede come si deve. ho appena dato una pulita veloce al suo bagno, lo pulisco solo quando sta per arrivare lui.
alle fighe si intestano le case al mare e le mercedes decappottabili e il range rover.
agli amicissimi si intestano i cessi piccoli.
cose da femminucce.
avete presente quella roba che si dice delle farfalle nello stomaco? ecco, io in tutta la mia vita non le ho mai sentite. non so, la immagino come una sensazione legata più che altro alla sfera femminile. per via delle farfalle, poco virili. beh, insomma, tagliando corto, che adesso non ho mica tanta voglia di scrivere, io le farfalle non le ho mai sentite, però questa notte, esattamente all’una e diciannove, mi si è seduto un varano di komodo sullo sterno e ci ha messo poi quattro ore prima di decidersi a levarsi di torno. dormito niente.
il varano è abbastanza virile, vero?
denti in polvere sulla lingua.
un paio d’anni fa collaboravo con uno studio fotografico, un giorno ascoltavo le chiacchiere di due grafici che lavoravano lì, parlavano di un coso, bit, bait, bite, non lo so di preciso come si chiama, è un aggeggio che usavano entrambi di notte da mettere in bocca per non rovinarsi i denti. che io son curioso, ero lì che ascoltavo, mi sono inserito nel discorso, mi han spiegato che entrambi avevano lo stesso problema, il bruxismo, si chiama, che di notte mentre dormivano digrignavano i denti fino a consumarseli. una cosa causata dal nervosismo, tipo. e allora dovevano usare sto bite che è un cuscinetto da tenere in bocca per non rovinarsi i denti.
e sul momento mi aveva fatto anche un’enorme tristezza, questa cosa, ho pensato ma guarda te questi pubblicitari stressati all’inverosimile, pensa un po’ come si riducono le persone a forza di far della vita di merda, li guardavo anche un po’ dall’alto in basso.
e invece, questa cosa di serrare le mascelle, un po’ ce l’ho sempre avuta anch’io. ma mica per lo stress, no. per la concentrazione. mi capitava soprattutto quando andavo in giro in moto, quando partivo i finesettimana a fare i miei giri, a correre come un matto su e giù per le montagne qui intorno, quando tornavo mi fermavo al bar a bere una birretta con gli amici, mi chiedevano come è andato il giro? bene, rispondevo io, ho un gran mal di denti.
che più mi facevano male i denti, più voleva dire che il giro in moto era stato bello e impegnativo. anche a suonare la chitarra, a fine concerto, mascelle stanche e denti doloranti. anche a far le foto difficili, certe volte, stessa cosa.
però, insomma, niente di grave. è come la gente che quando è concentrata la vedi lì con due centimetri di lingua che spunta fuori dalle labbra, di lato, un gesto inconsapevole.
da qualche settimana sta peggiorando.
io non lo so se son sempre concentrato, o se mi sto ammalando di bruxismo pure io, che vuol dire che son stressato, ma in quel caso dovrebbe succedermi solo di notte. a me in realtà sembra di stare sempre bene, da un po’ di tempo a questa parte. forse io sto bene ma il mio inconscio sta cercando di farmi capire che non condivide questo mio stare bene. sta di fatto che da qualche settimana, nemmeno ci faccio caso, ad un certo punto mi accorgo che ho le mascelle strette fortissimo. di continuo.
oggi ho sentito la polvere dei miei denti che si stanno consumando che mi gira in bocca. non è una bella sensazione.
i am satan.
io ottengo tutto quel che voglio. da sempre. non so spiegare come sia possibile, ma è così.
nel senso, non è che fino ad ora abbia desiderato di ottenere cose particolarmente inarrivabili. se volessi una ferrari o la pace nel mondo avrei probabilmente qualche difficoltà.
per il resto, a guardarmi indietro, tutte le volte che mi son messo in testa di avere per me qualcuno o qualcosa, in qualche maniera ci son sempre arrivato, ad ottenerlo.
con la pazienza, con la pazienza, con la pazienza, con la pazienza.
basta darmi tempo.
tira vento anche stasera.
sto scrivendo poco. qualche riga buttata qui e là quando proprio non posso farne a meno. ma cose lunghe non ne scrivo ormai da un po’.
ora, ammesso che i miei ritmi scrittori possano interessare ben poco ai più, io mi trovo a dar loro una certa importanza.
come mi è capitato di dichiarare recentemente, in un momento in cui ero in vena di dire delle banalità, tutti i gesti artistici, in modo particolare i miei, anche se definire artistici i miei gesti mi infastidisce, tutti i gesti artistici nascono essenzialmente da una situazione di disagio. nella stessa occasione ho dichiarato anche che quando uno sta bene in genere va in giro a far casino e a bere le birre, mica sta a casa a scrivere libri o testi di canzoni. fisicamente gli manca il tempo, a uno che sta bene, per fare queste cose artistiche. quando invece uno sta male, che è a disagio, gli passa la voglia di uscire a far casino e a bere le birre, sta a casa a far macerare il cervello. e a stare a casa a macerare, stai pur certo che lo trova il tempo per mettersi lì a scrivere, che le cose da scrivere hanno tutto il tempo per entrargli in testa e mettersi in ordine in frasi di senso compiuto.
e allora, ultimamente ho scritto proprio poco. è perchè sto bene. tanto. che nella mia vita son successe tutte delle cose che mi hanno rimesso in piedi, negli ultimi due o tre mesi son stato in giro tutto il tempo a far casino a bere le birre, mi è mancato il tempo per scrivere. mi tocca ammetterlo, in tutta la mia vita sono poche le volte che mi ricordo di essermi sentito così.
e invece, chi se l’aspettava, questa sera, son capitati un paio di piccoli eventi che mi hanno messo momentaneamente a disagio. che appena l’ho sentito arrivare, il disagio, poco fa, mi son detto e no dai cazzo no no no, non ora che va tutto bene. poi, invece, ho pensato anche, dai che ne approfittiamo, stasera è la volta buona che riesco a scrivere un po’ più di due righe.
appunti.
venerdì ne son capitate di tutti i colori. una giornata di merda che non si può immaginare, ma coi suoi risvolti positivi.
qui c’è qualcuno che gioca a far l’adulto senza averne nè l’età, nè la forza mentale.
non puoi, tanto per capirci, infilarti in situazioni complicate più grandi di te senza poi esser capace di venirne fuori da sola. e se poi per pararti il culo coinvolgi la gente che ti sta intorno, andando poi a incasinare le vite, della gente che ti sta intorno, eh, non va bene per niente. e se per vigliaccheria fai in modo di mettere questa gente l’una contro l’altra, e se poi vengo anche a scoprire che tra questa gente che stai incasinando mettendola l’una contro l’altra ci sono pure io, allora un errore più grosso di questo non potevi farlo, devi credermi.
mica per altro, è che mi trovi in un periodo in cui sono inattaccabile. ho troppe altre cose tanto più importanti per la testa, altri disastri, altri progetti.
quando un po’ di tempo fa dicevo che son felice, anche se mi tocca portarmi dietro un enorme giramento di coglioni, ecco, da venerdì mi son liberato anche di quell’enorme giramento di coglioni.
ora sono felice e basta. e va tutto bene. e anche se non va tutto bene per davvero, per lo meno non devo trascinarmi pesi inutili e imbarazzanti.
ultimo appunto mentale. ho una domanda che mi gira in testa, da più o meno una settimana, ancora non ho la risposta. quanto tempo ci vuole prima che un pensiero bello, fatto di attesa e tensione, di silenzio e distanza, di razionale paura e irrazionale voglia di far chilometri, quanto tempo ci vuole prima che una cosa così, una cosa bella, intendo, si trasformi in un pensiero fastidioso?
ma non ho tanta fretta di scoprirlo, per ora mi piace da matti così.
rettilario.
c’è una che ha un pitone di due metri che le gira per casa.
son tre mattine che si sveglia, si ritrova col pitone steso per lungo accanto a lei, immobile.
ho consultato mia sorella che è veterinaria dice che è una leggenda metropolitana che raccontano alle matricole in università. dicono che il pitone fa così, in pratica sta prendendo le misure per mangiarsi la sua padrona. mia sorella dice che nel dubbio, meglio se la tipa il suo pitone la notte lo tiene chiuso nel rettilario.
la mia ex morosa, che è veterinaria pure lei, quando le ho raccontato sta cosa, mi guarda e mi fa: ma se ne sta lì tutto duro?
a sentirla dire così, vaccaboia, è venuto duro a me.
le gite.
certe conversazioni sono illuminanti.
che a parlare di stronzate e andare in giro a far casino siamo dei professionisti, ma quando c’è da fare discorsi seri, siamo ancora più bravi.
prendere coscienza delle continue delusioni provocate dalla gente che ci gira attorno è il motivo scatenante dei suddetti discorsi seri.
negli ultimi tempi ho mandato a cagare un sacco di persone. eccezion fatta per una manciata di amici senza i quali credo farei una gran fatica a vivere, ma che comunque a pensarci bene non sono irrinunciabili nemmeno loro, per il resto mi son fatto il vuoto intorno.
per quanto mi sia venuto spontaneo, farmi il vuoto intorno, e io in genere vado matto per i mei processi mentali spontanei, arrivato ad un certo punto non ho potuto fare a meno di chiedermi il perchè.
il perchè avevo provato un po’ di tempo fa a spiegarlo addirittura a mia madre, come sempre preoccupata per la mia vita a suo modo di vedere assurda, ma senza riuscirci. forse non ce l’avevo ancora ben chiaro nella testa nemmeno io. e invece, al termine di una telefonata, poco fa, con una certa persona che come al solito non vi dico chi è, ho capito.
in poche righe, giusto per dare un’idea, poi volendo si potrebbe anche approfondire ma non è questa la sede.
negli ultimi dodici anni mi sono spaccato il culo per diventare quel che sono ora, e non parlo di prestigio sociale o economico, perchè non ne ho.
a conti fatti, per quale motivo dovrei attorniarmi di persone che si avvicinano dando a intendere di aver fatto le mie stesse fatiche, di avere le mie stesse attitudini, di avere le spalle larghe quanto le mie, e poi dover sopportare il fastidio di vedere quelle stesse persone crollare in maniera sistematicamente imbarazzante alla prima occasione?
se avessi voluto fare il maestro di vita e portarmi dietro dei discepoli, probabilmente avrei scelto un diverso percorso di studi, un diverso lavoro, persino una diversa faccia. e anche in quel caso, non avrei sopportato gli allievi che pensano di poter montare sull’autobus della gita senza prima essersi fatti un bell’anno di merda inchiodati all’ultimo banco della mia scuola.
sintomatico.
apro il libro nuovo. rileggo le tre pagine che ho scritto ieri sera, correggo gli errori, modifico qualcosa. finisco di correggere, mi metto a fissare il cursore che lampeggia. che freddo questa stanza quasi quasi vado ad accendere il riscaldamento, solo, se mi alzo adesso, mi scappa l’ispirazione. allora non mi alzo. e invece niente, il cursore lampeggia, niente da fare. eppure, prima, mi sembrava di essere ispirato, invece niente. forse più tardi. no, più tardi no, che devo andare da andrea a sistemare una chitarra. vado su internet per veder se mi sono arrivate delle lettere elettroniche. niente. non mi ha scritto nessuno. tre giorni che non mi scrive nessuno. e non c’è nemmeno un cazzo di postino da chiedergli scusi, son tre giorni che non mi arriva nulla non è che per caso si è perso qualcosa in giro, ha visto per caso qualche lettera indirizzata a me? no. niente postino a cui chiedere. tutto elettronico. tre giorni che nessuno mi scrive. aveva ragione quella mia amica di roma, che diceva sempre che l’elettronica ti toglie la carica emotiva. la carica emotiva non lo so, le litigate col postino quelle me le ha tolte di sicuro. boh, spegniamo il computer, che mi ha già scassato le balle, oggi non scrivo, non me l’ha mica ordinato il dottore di scrivere tutti i giorni. l’ultima volta che ci sono stato, dal dottore, mi ha detto che sono scarso di ferro nel sangue, di smettere di fumare e di mangiare più frutta e verdura, ma di scrivere tutti i giorni non ne ha parlato, son sicuro.
l’uomo delle donne degli altri.
no, perchè avendo deciso improvvisamente di redimermi e comprare finalmente un dannatissimo ipod, nell’attesa che la apple in persona si decida a recapitarmelo, nel frattempo mi son messo di buzzo buono a convertire in emmepitre decinaia e decinaia di dischi appartenenti alla mia ragguardevole collezione.
quindi, in buona sostanza, son bloccato in casa a smanettare davanti al computer.
avendo del tempo da passar qui davanti, mi son detto, dai che scrivo, tanto per cambiare. e cosa cazzo scrivo, stavolta? facciam che scrivo quel famoso post che mi ero rifiutato di scrivere un po’ di tempo fa, quello dell’uomo delle donne degli altri.
allora, da quando ho mollato la morosa all’inizio di questa estate, che mi vien da dire, viste le robe che son successe poi dopo, si stava meglio quando si stava peggio, comincia quasi a mancarmi, quella morosa lì, da quando ho mollato la morosa non son mica stato con le mani in mano. ogni tanto metto il naso fuori casa pure io, e quando lo faccio, bene o male qualche casino lo combino.
ora, non è che in questi pochi mesi abbia fatto chissà che numeri. che citando me stesso, son mica il dongiovanni, son mica il casanova. però tre o quattro tramacci li ho tirati in piedi.
non voglio stare qui a raccontare necessariamente i fatti miei con le donne, quelli non interessano a nessuno, la cosa interessante è che dalle recenti vicende mi son venute fuori delle considerazioni sociologiche interessanti
il lato sociologicamente pittoresco di questi tre o quattro tramacci che ho tirato in piedi recentemente è che tutte le volte si è trattato di donne che si trovavano, e per quel che mi è dato sapere ancora si trovano, ad esser svalvolate per l’uomo sbagliato nel momento sbagliato.
uomo che io identifico nel classico quarantenne sposato con prole, in piena crisi coniugale, di conseguenza affascinantissimo, che si trova – giustamente – un’amante e la farcisce di false promesse del tipo: eh, vedrai che entro breve trovo il coraggio di lasciarla (la moglie) e finalmente tu e io saremo liberi di amarci.
questa la situazione tipo. poi magari il quarantenne non era quarantenne con prole e moglie in crisi, ma più semplicemente un trentenne in crisi con la fidanzata, però, stringi stringi, la menata è sempre quella.
allora, ricapitolando. ci son sti uomini che son già sposati, fidanzati, in crisi, quel che è.
poi ci son le signorine, che fanno o hanno fatto la parte delle amanti e si trovano in quella situazione un po’ di merda in cui vive un’amante coinvolta. che gli amanti, di qualsiasi sesso siano, partono tutti che si ciula e basta, belli sereni e felici, poi dagli di tacco e dagli di punta, prima o poi si innamorano e cominciano a far vita di merda.
pure io ne so qualcosa, che ci son passato, quindi parlo con cognizione di causa.
dicevo, facendo vita di merda e vivendo in questa situazione in cui cominciano a starci in qualche maniera strette, le signorine amanti a lungo andare cominciano giustamente anche a guardarsi un po’ intorno, immagino con la voglia, l’istinto, magari pure inconsapevole, di salvarsi e di trovarsi altro da fare. e a questo punto sapete chi incontrano?
bravi.
il pelato con gli occhiali.
mica tutte insieme, per carità, una alla volta, mi hanno incontrato.
allora, cosa succede, succede che in veste di uomo libero, sereno, positivo e mediamente prestante, porto in giro le signorine amanti di qualcun altro, all’inizio inconsapevolmente, poi consapevolmente, del fatto che son svalvolate per un altro che le fa in qualche misura soffrire. e a forza di passarci del tempo, di farle ridere, di farle stare bene, qualcosa poi succede.
insomma, è normale. le capisco anche, ste povere donne, son lì che non ne possono più di sti qua in crisi coniugale, che le fanno vivere di merda, quando poi trovano un pelato simpatico, cosa vuoi, un po’ per ripicca, un po’ per reale necessità, prima o poi gli scappa anche di concedersi.
una cosa che mi vien da dire, io non lo so se son particolarmente fuori dal mondo, però se devo pensare alla mia esperienza di vita, le volte che stavo male per una donna, con gli strascichi dolorosi e compagnia bella, sarà anche poco carino ammetterlo, ma io sta donna che mi faceva stare male riuscivo a togliermela dalla testa solo quando mi capitava di trovare un’altra donna capace di farmi stare bene. a quel punto riprendevo coraggio, in qualche maniera cancellavo, col tempo eh, mica di botto, quella che mi faceva stare male e ricominciavo a stare bene con quella che mi faceva stare bene.
insomma, mi pare anche normale.
allora, il primo processo mentale sociologico, che vien fuori da tutta sta faccenda è:
ma insomma, sta qua che ho portato in giro fino ad ora, che con me ci sta bene, che limoniamo, magari ciuliamo anche, quel che è, le verrà anche naturale levarsi pian piano dalla testa quello che la fa stare male, e forza di stare bene con me vedrai che approfondiamo un minimo il rapporto, vien fuori anche una cosa un po’ carina, anzichè ciulare e limonare e basta, che così mi sembra di fare io la parte dell’amante, non mi piace proprio, come ruolo, farei volentieri a meno.
il primo processo mentale sociologico si è rivelato sbagliato. e di brutto.
il secondo processo mentale sociologico è:
ma questa qui, che ha perso la testa per uno che insieme a lei sta facendo delle gran corna alla sua fidanzata, o alla moglie sua ufficiale, a questa qui non le passa per l’anticamera della testa che se il suo sogno d’amore dovesse realizzarsi, poi si ritroverà ad essere a sua volta una fidanzata o una moglie di un uomo che non si fa, mi pare evidente, troppi problemi a riempirla poi di corna?
la risposta è no. non le passa per la testa. e se le passa per la testa, convive benissimo con questo pensiero. inspiegabilmente. e in culo all’emancipazione femminile, tra l’altro, ma tant’è.
il terzo processo mentale è:
ma io, che per limonare e ciulare a casaccio posso anche essere di bocca buona, la brutta della festa la riporto a casa sempre volentieri, ma per innamorarmi un pochino poi divento invece molto selettivo, posso considerarmi disposto a perdere la testa per delle donne talmente rincoglionite da non riuscire a uscire con un minimo di razionalità dal clichè dell’amante repressa e maltrattata da un uomo di merda?
la risposta è manco per il cazzo, grazie, ma preferisco passar la mano, ci pensi qualcun altro a salvarle.
quarto e ultimo processo mentale sociologico:
boiacane, ma le trovo tutte io le amanti incasinate?
a quanto pare sì. speriamo che passi sto periodo di merda, che comincio a non poterne più.