fotografare i bordi.

ieri notte c’era una persona qui a casa mia, mi ha dato da pensare.
ha preso dall’armadio la mia macchina fotografica l’ha accesa e ha iniziato a fare degli scatti.
la osservavo, mentre fotografava, aveva un modo di cercare le inquadrature, mi ha fatto venire in mente un paio di cose che era da un po’ che non mi capitavano in testa.
una di queste cose, i bordi.
che i bordi sono l’incubo dei fotografi.

spiego. boh, non so, ci provo.

a parlare di queste cose mi torna su un po’ della passione di quando la fotografia non era ancora il mio lavoro.

allora, c’è un aspetto non sottovalutabile, chi prova a fotografare come dio comanda se ne accorge poi subito. quando ci si prepara a scattare una fotografia, nello spazio a due dimensioni del mirino gli oggetti si spingono sempre sui margini per forzare la cornice.
ci provano, quei bastardi, a fuggire dalla gabbia.
a controllare il centro non ci vuole niente, tutto ciò che si trova nell’area priva di forze che è il baricentro visuale del campo prospettico resta lì inchiodato. però poi, se ci si allontana dal centro, è come se ci fosse il big bang a spedire la realtà oltre il limite dell’immagine, fino a farla perdere nel territorio del non rappresentato.
questa fuga di senso nove volte su dieci minaccia la possibilità di riuscire a dare un significato alla fotografia che verrà scattata.
ecco, ancora adesso, dopo tanti anni e migliaia di foto scattate, soffermarmi su questa cosa riesce a mandarmi ai matti.
il fatto è che per difendere il significato, e per difendersi, i fotografi hanno da sempre una sola arma. per di più presa in prestito. il formato.
quel dannatissimo rettangolo che ci arriva dalla tradizione occidentale del quadro dipinto e che ha la responsabilità di dare ordine, contenere, dare forma a un mondo che cornici, formati, bordi non ne ha mai avuti.
da sempre, per arrivare ad avere un senso, la fotografia deve compiere necessariamente un’operazione topograficamente insensata. deve piegare l’orizzonte in quattro, chiuderlo su se stesso, delimitare uno spazio percettivo che non ha alcuna analogia con la visione dell’occhio umano e avere la faccia tosta di chiamare questa cosa rappresentazione.

quando ero piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, mio padre mi ha dato in mano la sua macchina fotografica facendomi scattare la mia prima fotografia.
le sue parole sono state guarda bene i bordi nel mirino.

da lì in poi ho iniziato a combattere la mia battaglia contro quei bordi affilati che tagliavano corpi oggetti edifici, la mia battaglia per riuscire a trattenere tutto dentro il mirino.
ma nel mondo sono proprio poche le cose disposte a lasciarsi isolare dentro un’inquadratura. il mondo è una cosa che continua. almeno quello che ho sempre vissuto e visto intorno a me.

ah, la vecchia macchina fotografica di mio papà adesso ce l’ho io.

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