chi fa lavori più o meno creativi, tipo il mio, viene periodicamente contattato per contribuire con la sua professionalità ad attività collaterali non retribuite. quelle piccole medie grandi cose a budget zero che si fanno per l’ente, l’associazione, la onlus, il privato quel che è.
certe volte si dice no guarda non ce la faccio non ne ho il tempo, il più delle volte si dice va bene dai facciamolo conta su di me.
si accetta per vari motivi. amicizia, vanagloria, masturbazione, speranza in un ritorno pubblicitario, voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso dalle solite attività lavorative quotidiane, così, per semplice passione.
ora, è un fatto che troppo spesso, non sempre ma troppo spesso quello sì, mi trovo a dovermi confrontare con la maleducazione della gente che usufruisce in maniera gratisdata dei miei servigi.
nessuno pretende tappeti rossi dopo aver fatto della beneficienza, non sono necessari, ma una giusta considerazione è sicuramente gradita.
e non posso nemmeno cavarmela dicendo che chiudo la fatebenefratelli e di lavorar gratis non se ne parlerà mai più. perchè mi conosco e so bene che succederà ancora e ancora e ancora.
che due palle.
Ultima
la ruota del criceto.
il segno di una resa invincibile pt. V
venerdì ero a fotografare un matrimonio, che io i matrimoni cerco di fotografarne il meno possibile, preferisco far dell’altro, fotografo solo i matrimoni degli amici quando me lo chiedono.
comunque ero lì, ad un certo punto ero seduto a mangiar qualcosa tra una foto e l’altra, c’era una ragazza sembrava lina wertmuller se non avete presente chi è andate a cercare su google la trovate subito, lina wertmuller come è fatta. e questa ragazza, oltre che assomigliare a lina wertmuller, era anche priva delle sopracciglia ce le aveva disegnate con la matita verde.
questa ragazza che assomigliava a lina wertmuller con le sopracciglia verdi eravam seduti allo stesso tavolo ad un certo punto mi guarda mi dice beh, ma lo sai che sei strano?
eh?
sì sei proprio strano.
ah, bene.
e ho continuato a mangiare la mia tagliata d’anatra su letto di rucola. che ho anche pensato ma guarda un po’ sta tipa che sembra lina wertmuller con le sopracciglia verdi che ha il becco di dirmi che son strano mentre son qui che mi faccio gli affari miei nemmeno stavo parlando cosa avrà mai da pensare che son strano.
poi questa sera son tornato a casa dal lavoro, sono passato dalla cucina, c’erano i piatti di ieri a pranzo ancora sporchi nel lavello.
e io, a guardare i piatti sporchi nel lavello ho pensato subito eh, meno male.
son stato contento di trovare i piatti ancora sporchi nel lavello. mi son messo a lavarli tutto giulivo. fischiettavo, addirittura.
che a guardarmi da fuori, chiunque avrebbe pensato ebbè, cos’avrà mai da esser contento di trovare i piatti sporchi nel lavello? a guardarmi da fuori più o meno chiunque avrebbe pensato che son ben strano ad esser contento di trovare dei piatti sporchi nel lavello quando torno a casa dal lavoro.
allora, mi sa che aveva ragione lina wertmuller, venerdì, a dirmi che son strano.
faccio per dire.
privarsi delle cose certe volte è snervante. la vita dovrebbe esser fatta tutta così:
vuoi mangiare? mangia.
vuoi bere? bevi.
vuoi lavorare? lavora.
vuoi dei soldi? tieni.
vuoi scopare? eh, fammi tua.
vuoi dormire? bene, dormi pure.
per dire, adesso ho sonno, sai cosa faccio?
faccio così, vado a letto, dormo un po’.
lo so è una riflessione banale, ma ultimamente mi ossessiona.
esattamente dieci anni fa vivevo e lavoravo a bologna, campavo con trecentocinquantamila lire al mese e stavo benissimo.
adesso guadagno soldi che uso per possedere un mare di cose inutili e sto bene come dieci anni fa.
nel senso, non mi pare proprio che il gigantesco sbattimento degli ultimi dieci anni sia servito a migliorarmi la vita.
latae sententiae.
ieri sera ero a cena da degli amici, si parlava dello sbattezzamento.
l’apostasia, si dice.
che magari non tutti lo sanno, ma volendo basta compilar dei moduli e nel giro di quindici giorni non sei più nel gregge del signore. in via ufficiale.
che uno dice, va beh, son ateo lo stesso cosa me ne frega di sbattezzarmi.
anche niente, in effetti. solo, se il clero ti sta sulle balle abbastanza, quando poi senti dire che i cattolici nel mondo sono tot milioni di milioni, tu puoi dire tranquillamente a te stesso che non sei in quel mazzetto lì. questo secondo me potrebbe essere il motivo principale, per aver voglia di sbattezzarsi. poi magari se ne trovano anche altri, di motivi validi, ognuno i suoi.
comunque, non è qui che volevo arrivare.
dicevo, la cosa funziona che compili i moduli, poi li spedisci per posta, entro quindici giorni ti mandano una lettera, questa lettera ci son scritte tante cose, a farla breve ti comunicano che da quel momento lì loro congelano la tua pratica, perchè tutti i battezzati son schedati nella parrocchia di appartenenza, c’è proprio un fascicolo coi tuoi dati, certificati e compagnia bella. insomma, loro ti congelano la pratica, sei escluso dai sacramenti, ti privano delle esequie religiose, non puoi più fare il padrino ai battesimi, non puoi sposarti in chiesa, e per finire ti infliggono la terribile scomunica latae sententiae.
il tutto, ti scrivono in questa lettera, salvo che tu non dia poi cenni di pentimento. in tal caso riaprono la pratica. ti perdonano, torni subito nel gregge del signore.
ecco dove volevo arrivare, ieri sera stavam parlando di queste cose, una certa signorina che era lì si è illuminata, ha avuto un’intuizione, ha detto, beh proprio come con l’account di facebook, che se vuoi puoi chiuderlo, ma non lo chiudi per davvero, loro tengono tutta la tua roba, non buttano via niente, lo riapri quando vuoi e tutto torna come prima.
into the poser.
un po’ di giorni fa ero a casa, prima che mi schioppasse la televisione. che recentemente mi è schioppata la televisione, esiste una legge non scritta per cui meno soldi hai, più la roba che hai intorno tende a rompersi in maniera costosa. comunque, ero a casa, stavo guardando into the wild.
è una storia vera, da quel che ho capito.
allora, questo qui passa due ore di film a svangare i maroni che non ne può più delle città, gli stan sul culo tutti, butta via il bancomat, e le regole della società gli fan schifo, che lui vuole esser libero, che vuol fare tutto quello che vuole lui e se non vi sta bene andate a cagare, e le leggi non esistono, e fa lo yippie anarchico estremo che non deve rendere conto a nessuno.
poi, appunto, dopo due ore, arriva una figa stratocaster che vuol dargliela, si fa trovare ad aspettarlo sul letto della roulotte tutta nuda a gambe larghe, e lui che son dei mesi che non ciula le dice guarda scusami non posso saltarti addosso perchè sei minorenne, meglio se lasciam stare, e la molla lì.
che io ho pensato cacchio, dai una prova di coerenza e daglieli due colpi, no?
un imbecille di questa portata, farci un film sopra, valeva proprio la pena.
ho ricevuto un segno.
allora, niente, visto che non sto tanto bene, mi son rotto una spalla sabato scorso, mi fa effettivamente un po’ male, allora posso permettermi di scrivere. che io quando sto bene, come è ormai ben noto, non scrivo quasi mai. invece adesso mi fa male la spalla, posso scrivere.
ne approfitto perchè mi è capitata una cosa degna di nota, ieri sera è successo che ero in giro con una signorina a bere una birretta, sul tardi, in un noto pub del vittoriese, eravam seduti a un tavolino fuori, ci portano le birre, due bionde medie.
mentre son lì con la signorina che chiacchieriamo amabilmente, ad un certo punto il mio bicchiere con la birra dentro, che era lì appoggiato sul tavolo tra un sorso e l’altro, ha fatto pum ed è esploso in mille pezzi.
birra dappertutto, vetro dappertutto.
ora, a parte il fatto che quando è esploso il bicchiere io mica me l’aspettavo ho fatto un salto indietro sulla seggiola mi è partita una fitta alla spalla rotta che facevo anche volentieri a meno, mi è venuto da pensare che forse c’è un’entità superiore che ha cercato di dirmi qualcosa.
che quando uno di birre ne beve tante e a un bel momento gli succede questo fatto che per quel che ne so io non capita poi così spesso che un bicchiere del pub salta per aria così senza motivo, forse è un segno premonitore del destino.
tipo quelle faccende sul karma che dicono nei telefilm, recentemente ho messo un attimo da parte scrubs mi son comprato la prima serie in dvd di my name is earl.
ad ogni modo, cosa abbia cercato di dirmi, il destino, lo ignoro.
you’ve got to hang on the trip you’re on.
sì, non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
sto bene e non scrivo più. sto bene e non scrivo più.
faccio tutto il resto, però. e mi pare che venga anche discretamente.
fotografare i bordi.
ieri notte c’era una persona qui a casa mia, mi ha dato da pensare.
ha preso dall’armadio la mia macchina fotografica l’ha accesa e ha iniziato a fare degli scatti.
la osservavo, mentre fotografava, aveva un modo di cercare le inquadrature, mi ha fatto venire in mente un paio di cose che era da un po’ che non mi capitavano in testa.
una di queste cose, i bordi.
che i bordi sono l’incubo dei fotografi.
spiego. boh, non so, ci provo.
a parlare di queste cose mi torna su un po’ della passione di quando la fotografia non era ancora il mio lavoro.
allora, c’è un aspetto non sottovalutabile, chi prova a fotografare come dio comanda se ne accorge poi subito. quando ci si prepara a scattare una fotografia, nello spazio a due dimensioni del mirino gli oggetti si spingono sempre sui margini per forzare la cornice.
ci provano, quei bastardi, a fuggire dalla gabbia.
a controllare il centro non ci vuole niente, tutto ciò che si trova nell’area priva di forze che è il baricentro visuale del campo prospettico resta lì inchiodato. però poi, se ci si allontana dal centro, è come se ci fosse il big bang a spedire la realtà oltre il limite dell’immagine, fino a farla perdere nel territorio del non rappresentato.
questa fuga di senso nove volte su dieci minaccia la possibilità di riuscire a dare un significato alla fotografia che verrà scattata.
ecco, ancora adesso, dopo tanti anni e migliaia di foto scattate, soffermarmi su questa cosa riesce a mandarmi ai matti.
il fatto è che per difendere il significato, e per difendersi, i fotografi hanno da sempre una sola arma. per di più presa in prestito. il formato.
quel dannatissimo rettangolo che ci arriva dalla tradizione occidentale del quadro dipinto e che ha la responsabilità di dare ordine, contenere, dare forma a un mondo che cornici, formati, bordi non ne ha mai avuti.
da sempre, per arrivare ad avere un senso, la fotografia deve compiere necessariamente un’operazione topograficamente insensata. deve piegare l’orizzonte in quattro, chiuderlo su se stesso, delimitare uno spazio percettivo che non ha alcuna analogia con la visione dell’occhio umano e avere la faccia tosta di chiamare questa cosa rappresentazione.
quando ero piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, mio padre mi ha dato in mano la sua macchina fotografica facendomi scattare la mia prima fotografia.
le sue parole sono state guarda bene i bordi nel mirino.
da lì in poi ho iniziato a combattere la mia battaglia contro quei bordi affilati che tagliavano corpi oggetti edifici, la mia battaglia per riuscire a trattenere tutto dentro il mirino.
ma nel mondo sono proprio poche le cose disposte a lasciarsi isolare dentro un’inquadratura. il mondo è una cosa che continua. almeno quello che ho sempre vissuto e visto intorno a me.
ah, la vecchia macchina fotografica di mio papà adesso ce l’ho io.
ancora sull’evoluzionismo e la sopravvivenza.
ieri sera sono andato con ginevra a sentire erri de luca e gianmaria testa che facevano un reading.
che non si può mica sempre andare in giro a far casino, ogni tanto ce vole pure ‘n po’ de curtura.
allora, questo reading, lo facevano nel prato di una villa, un bel posto, ad un certo punto due tuoni quattro fulmini comincia a piovigginare. la gente, che era poi tanta, chi apre gli ombrelli, chi si copre la testa con le giacchette, chi stoica prende l’acqua senza batter ciglio, chi va via.
io e ginevra eravamo in prima fila su queste seggiole di plastica, attaccate una all’altra con le fascette da elettricista, facevam gli stoici.
de luca e testa vanno avanti, che loro sono al coperto. ad un certo punto sale una sul palco, la protezione civile vuole che si sospenda lo spettacolo, per motivi di sicurezza, che se smette di piovere poi si ricomincia.
quando ha cominciato a piovere, io e ginevra gli ombrelli mica ce li avevamo, io sono un cavaliere, le ho detto vuoi metterti sulla testa la mia giacca? no figurati. che pure lei in passato ha fatto gli scout, di acqua nella vita ne ha presa a litri e litri, quattro gocce mica la spaventano. poi piove un po’ più forte, il mio istinto di sopravvivenza si sveglia per un attimo, prendo l’accendino dalla tasca, sfruttando il principio della leva libero le nostre due seggiole dalle fascette da elettricista tra gli sguardi stupiti della gente intorno. prendiam su e andiamo a metterci a lato del palco, che c’è un bell’albero grande, sotto l’albero non piove, il palco lo vediam bene lo stesso. altra gente segue l’esempio, ci ritroviamo sotto l’albero in un po’.
poi appunto sospendono lo spettacolo, arriva lì uno della protezione civile ci dice oh, durante un temporale sarebbe meglio non stare sotto gli alberi, che se arriva un fulmine saltate tutti per aria, andate via di qua.
una signora anziana lì vicino a me lo guarda, gli dice beh, senta, meglio morire fulminati che bagnati, ci si mette meno, è indolore.
siam rimasti poi lì sotto l’albero, sprezzanti del pericolo. dopo un po’ ha smesso di piovere, lo spettacolo è ripreso.
senza nulla togliere ai due vecchi matti sul palco, che son meritevoli, quella signora lì è stata la cosa più bella di tutta la serata.