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sulla crisi dei quarantanni.

un paio di giorni fa c’era qui in studio un mio amico molto amico, aveva una brutta giornata ci siam messi a parlare gli giravano i maroni che fa fatica a relazionarsi col mondo. la parola giusta sarebbe depressione, ma siccome è una parola che proprio non sopporto, vorrei evitare di usarla.

e ad un certo punto gli chiedevo ma stai male perchè giran pochi soldi? no, mi diceva lui, i soldi che ho van bene così, perchè tanto anche se ne avessi di più cosa ci farei? ogni mese troverei il modo per spenderli in oggetti inutili, una volta il cellulare, una volta la moto, una volta qualcos’altro, anche ad aver più soldi finirei soltanto per attorniarmi di oggetti inutili comprati per placare un’insoddisfazione momentanea. ma sai cosa? prima o poi mi ritroverei comunque infelice.

stava messo male il mio amico un paio di giorni fa. poi ieri l’ho rivisto, stava meglio.

e io invece è da una vita che vivo così. non che abbia tanti soldi da spendere in oggetti inutili e costosi, magari. ho sempre avuto una predilezione per gli oggetti inutili e poco costosi. che poi son comunque tanto costosi rispetto alle disponibilità, ma insomma si fa quel che si può.

il rischio è sempre quello di diventare come i quarantenni che hanno la crisi dei quarant’anni, arrivano ad un punto che con la moglie scopano poco, il lavoro non gli dà più soddisfazione, frequentano sempre la stessa gente e si annoiano, vorrebbero saltare addosso a una ventenne ma han paura di combinar casini meglio se non lo fanno, e per evitare di impazzire comprano una bicicletta da cinquemila euro. poi la usano tre volte, si rendono conto che non hanno più il fisico e la bici rimane in garage. e così in qualche maniera han superato la crisi dei quarant’anni. se anzichè comprar la bici si scopano invece la ventenne, stesso risultato, dopo un po’ si accorgono che non hanno più il fisico e se non si sono fatti scoprire dalla moglie la crisi è ugualmente superata.

per quel che mi riguarda, per sopperire a delle mancanze affettive e per evitare di affrontare le mie scarse capacità di relazione con il mondo esterno mi attornio di oggetti. c’è di buono solo una cosa, che ogni volta che lo faccio mi ci appassiono e adotto un approccio attivo. tecnicamente parlando, smonto e rimonto tutto quanto. credo che sia l’unica cosa che mi ha sempre salvato dal sentirmi un quarantenne in crisi. poi periodicamente mi accorgo che sono infelice, ma è una cosa con la quale ho imparato a convivere.

ultimamente, per dire, mi è tornato in auge il concetto di bicicletta. dopo un’adolescenza passata a pedalare con tanto vigore e passione fino all’arrivo del ciao piaggio comprato a ventanni, e dopo un periodo di spostamenti a motore durato quindicianni, mi sono accorto che da un po’ di tempo a questa parte lavoro a quattro chilometri da casa, e per quanto mi piaccia tantissimo guidare la mia macchina che fa parte degli oggetti inutili che ho comprato alla quale mi sono approcciato attivamente smontandola e rimontandola più volte, ho pensato che sarebbe una cosa buona rimettermi a pedalare. così magari ne approfitto per smetter davvero di fumare e per muovermi un po’, che ad una certa età fa solo bene. metti mai che capiti di finire a letto con una ventenne.

e allora niente, nell’ultimo mese ho comprato i pezzi che mi servivano, ho messo insieme una bici ho iniziato a pedalare. non va neanche male, pensavo peggio, pensavo di lasciarmi morire in un fosso dopo la prima salita, e invece mi sembra che tutti quegli anni di bicicletta adolescenziale a qualcosa sian serviti.

poi settimana scorsa son passato al negozio di biciclette qui davanti, mi servivano le fasce da metter sul manubrio e una pompa col manometro, mentre ero lì che aspettavo il commesso stavo gironzolando per il negozio, mi sono avvicinato a una bici da corsa in esposizione.
non una qualsiasi. una per quarantenni in crisi, tutta in carbonio e lega leggera, roba da cinquemila euro come ridere. e siccome le mani in tasca non so tenerle ho provato a sollevarla. vi è mai capitato di dover tirare su un secchio da terra, siete convinti che sia pieno e pesante e quindi nel sollevarlo ci mettete la forza che ci mettereste per sollevare un secchio pieno, poi invece non vi eravate accorti che il secchio era vuoto, e nel sollevarlo con la forza che ci avete messo ci rimanete di merda per un brevissimo istante? ecco, nel sollevare la bici per quarantenni in crisi ho provato quella sensazione lì.

ho comprato le cose che mi servivano, sono uscito dal negozio che mi sentivo un poveraccio, ho provato invidia, che ho pensato dev’esser bello aver cinquemila euro da spendere per una bici dove non serve poi sistemare nulla, è perfetta così, basta che entri in negozio, la compri con la carta di credito, te la metti sotto il culo e sei pronto per andarci in giro pedalando su una cosa che non pesa niente, senza far fatica. dev’esser proprio bello piacerebbe anche a me. poi però subito dopo ho pensato delle altre cose. che intanto a comprare una bici da cinquemila euro son capaci tutti basta avere soldi da buttare, poi non devi metterci le mani e se ce le metti rischi solo di far dei danni, vuoi mettere quanto è più bello imparare qualcosa documentarti prender pezzi vecchi sistemarli metterli insieme rompere qualcosa ricomprare i pezzi sgrassare oliare sporcarti le mani sentirti più uomo nel momento in cui hai le mani sporche avere il tempo di un mese per mettere insieme una bici pensare a quanto sarà bella quando sarà finita e poi quando sarà finita renderti conto che pesa molto più di una bici in carbonio e che magari non ti lasci morire nel fosso dopo la prima salita ma ci manca poco.

che certe volte nella vita è anche bello far fatica, sporcarsi le mani, innamorarsi degli oggetti e passarci del tempo insieme.
e fare pace con la propria infelicità.

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che a stare tranquilli ci si annoia.

seconda notte in ospedale. han ricoverato la ozy. a me piacerebbe ogni tanto avere un po’ di tempo senza pensieri per la testa. giusto per levarmi la curiosità di sapere che effetto fa.

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due foto poi però non ce la faccio.

oggi è lunedì, tra venerdì sera e domenica ho scattato due foto, niente di particolare, ma avevo pensato di usarle a corredo di due cose che volevo scrivere qui. la prima riguardava le feste, era tutto un discorso volevo dire che le feste che facevamo ai tempi delle scuole medie nella sala dell’oratorio con la gazzosa e la coca cola e le patatine e lo stereone portato da casa che suonava forte a ripensarci col senno di poi ci sembran magari brutte, poi però invece le feste che facciamo anche dopo, da grandi, son tutte un ripetersi delle feste delle medie, solo un po’ più ricche e sfarzose. e allora vuol dire che le feste si devono fare così cosa volete che vi dica. l’altra foto è una bella ammucchiata di insetti, mi serviva per raccontare un’altra storia.

Solo che poi questa notte è stata molto male la ozy siam finiti al pronto soccorso fino alle cinque del mattino, non ho tanta voglia di scrivere, è andata così.

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come va?

io lo so che poi mi prendon per il culo, a scriver ste cose, che mi dicono che faccio il postadolescente a trentacinque anni, però ci son delle volte quando piove che se non c ‘era kotzen si faceva molta più fatica, a tirare avanti.

se sei triste ti manca l’allegria vuoi scacciare la malinconia.

orsù pagatemi ste fatture che son stufo di andare in giro povero mentre voi vi tenete in tasca i miei soldi.

ufficio oggetti smarriti.

sono un paio di settimane che lavoro al mio computer in studio ogni tanto guardo sul desktop tra le varie cartelle il disastro che ho sul desktop, neanche tanto disastro devo dire ci son stati periodi peggiori, c’è questa cartella si chiama photoshop grecia. e son due settimane che mi capita di vederla lì, magari son di più di due settimane magari di meno non lo so, però c’è questa cartella che si chiama photoshop grecia sul mio desktop. e ogni volta che la guardo penso ma chissà cosa c’è dentro. che in grecia non ci vado saran dieci anni, chissà cosa contiene. solo che poi ho sempre delle cose da fare son sempre di corsa mi suona il telefono mi chiamano di là ci son degli scatti da fare, poi mi dimentico non l’ho mai aperta questa cartella photoshop grecia chissà cosa contiene.

questa mattina sono arrivato in studio un po’ prima del solito ho acceso il computer stavo per guardar la posta mi è capitata davanti agli occhi sul desktop questa cartella photoshop grecia. e apriamola, ho pensato. vediamo cosa c’è dentro.

c’è dentro una dozzina di foto così di gente infangata. io non so chi siano queste persone. non so chi abbia scattato queste foto, non so come siano capitate qui.

e insomma, son tanto infangati.

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corso online di fotografia applicata pt.III

sono andato in piazza a treviso ieri sera c’era uno spettacolo di marco paolini con mario brunello in quartetto d’archi. scusate il ritardo, si chiamava lo spettacolo.

se non sapete chi è marco paolini chi è mario brunello non è che posso sempre star qui a spiegarvi le cose, fatevi una cortesia e andate a documentarvi.

dicevo, tutto bello, paolini dopo diciotto anni che gli voglio molto bene comincia a stufarmi un pochino, la seconda parte delle robe che ha raccontato, che raccontava dello spettacolo di carmelo bene con la birra scura e il guttalax la sapevo già a memoria, ma fa niente gli voglio bene lo stesso. mario brunello che invece non l’ho mai incrociato più di tanto, purtroppo, per via del fatto che non mi era mai capitata l’occasione, ha aperto la serata con un pezzo suo, ha messo apposto tutti. una cosa grande.

ma volevo parlare di un’altra cosa. i fotografi.

che quando ho iniziato a fotografare mi capitava di andare molto spesso a fotografare eventi, concerti, spettacoli teatrali. ora un po’ meno mi chiamano in teatro tre o quattro volte all’anno. anche se la fotografia di spettacolo è una cosa che mi piace moltissimo, vorrei farne di più, ma ora non c’entra. quello che volevo dire, c’è sempre stata una regola non scritta, dice la regola non scritta che i fotografi accreditati, e solo quelli, posson stare sotto il palco a gironzolare e fotografare per dieci minuti dall’inizio della faccenda. e poi fuori dai coglioni.

che la gente dovrebbe aver diritto di veder quel che deve vedere senza i fotografi che si agitano brandendo vistosamente il settantaduecento.
e ancor di più, quelli che stan sul palco a fare il loro mestiere dovrebbero avere il diritto di fare il loro mestiere senza aver questi dieci scassapalle che gli girano davanti e dietro in continuazione. e che fotografano col flash, per dio.

da un po’ di tempo a questa parte invece è sempre peggio. mi ricordo una volta al deposito giordani a pordenone a sentire il teatro degli orrori, c’erano i fotografini arrampicati ovunque. due settimane fa al bianconiglio a sentire i cyborgs c’eran due stronzi che in un’ora di concerto avran scattato duemila foto. tutte uguali, penso, visto che i cyborgs sul palco si muovono al pari dei gatti di marmo. ma mica solo quelle volte lì, è una cosa oscena ovunque sempre da tutte le parti, mi viene un nervoso.

una roba che dico sempre ai miei corsisti, e preparatevi che tra poco i corsi ricominciano, verso la fine del corso io lo dico a tutti con queste precise parole: sappiate che mi capita di uscir di casa, di andare a teatro, ai concerti. sembro tanto buono ma dentro son cattivo. e voi che avete fatto il corso se vi trovo in giro vi riconosco, siete avvisati. se vi becco a un concerto a fotografare col flash, o se peggio ancora vi trovo a teatro che fotografate e non avete tolto il bip bip che fa bip bip ogni volta che mettete a fuoco, a me non me ne frega un tubo se siete abusivi, se siete professionisti, se avete la partita iva oppure no. io se vi becco a teatro a un concerto con il flash e col bip bip vengo lì vi prendo per un orecchio e vi faccio fare il giro della piazza a calci nel culo.

che brutto umore che ho addosso anche oggi.

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big in japan.

ho un umore in questi giorni.

ho i vestiti, non ho la faccia. ho il pane, non ho il burro. ho la finestra, non ho lo scuro.

ma in giappone sono alto, in giappone sono alto, in giappone sono alto.

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poi uno finisce le parole.

ci volevo scrivere delle parole, su questa foto che ho scattato l’altro giorno. eran delle cose anche interessanti, riguardavano la fotografia, la sua manipolazione, e altre faccende che mi girano nella testa. però poi no.

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la mia fama non mi precede.

allora, niente, ieri ero a bergamo a trovare i miei c’era anche mia sorella col moroso stanno insieme ormai da un po’. mentre stavamo pranzando è saltato fuori un bel discorso. che lui, il moroso di mia sorella quando ancora non era, il moroso di mia sorella, c’è stato quel periodo in cui la baccagliava cercava di sedurla. una sera ha tirato fuori la chitarra ha iniziato a cantarle una canzone, ha detto questa canzone l’ho scritta io per te. e a sentire questa canzone mia sorella si è messa anche a ridere. stando al racconto che è saltato fuori ieri a pranzo a casa dei miei genitori a bergamo.

si è messa a ridere, mia sorella, quella volta che lui nel baccagliarla le ha suonato questa sua canzone, per via del fatto che questa canzone che lui le ha suonato è bensì una canzone che ho scritto io quando avevo diciassette anni, a quei tempi ero il chitarrista di una giovane ska band che ha avuto un periodo di discreta fortuna giravamo a suonare per l’italia abbiamo inciso dei dischi era un bel periodo.
ed essendo lui originario, così come peraltro la mia famiglia, della sicilia, una di queste mie fatiche discografiche era arrivata a suo tempo fin laggiù.

mi sembrava una cosa interessante da raccontare qua. nella foto originale dell’epoca io sono il terzo da destra e sì, avevo ancora dei capelli, oltre che la capacità di scrivere canzoni che fanno innamorare le persone.

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